Appello

Eurovision nella tempesta

L’appello di 1.100 artisti a boicottare la manifestazione riapre la ferita tra musica e politica. Firmato da musicisti come Peter Gabriel, Roger Waters, Brian Eno, Massive Attack, Sigur Rós e molti altri, l’appello riaccende una questione epocale: può la musica essere neutrale?

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  • Foto: Instagram/nomusicforgenocide
Di: Mat Cavadini 

Oltre 1.100 artisti internazionali hanno chiesto il boicottaggio dell’Eurovision 2026 per protestare contro la partecipazione di Israele, evocando una lunga storia di fratture politiche che periodicamente attraversano il concorso.

L’appello, firmato da musicisti come Peter Gabriel, Roger Waters, Brian Eno, Massive Attack, Sigur Rós e molti altri, nasce da una lettera aperta promossa dal movimento No Music for Genocide. Gli artisti accusano l’European Broadcasting Union di applicare un doppio standard: la Russia è stata esclusa nel 2022 per l’invasione dell’Ucraina, mentre Israele resta in gara nonostante le accuse di genocidio a Gaza.

Questa mobilitazione non è un fulmine a ciel sereno: l’Eurovision è sempre stato un palcoscenico dove la politica filtra, anche quando tutti fingono che non accada. L’Eurovision nasce nel 1956 come un gesto di fiducia: un continente ferito dalla guerra che prova a parlarsi attraverso la musica, immaginando che le note possano fare ciò che la diplomazia spesso non riesce a fare. Ma ogni volta che il festival ha tentato di dichiararsi neutrale, la storia gli ha ricordato che la neutralità non è possibile. L’appello di oltre 1.100 artisti internazionali che chiedono l’esclusione di Israele dall’edizione 2026 non è un fulmine a ciel sereno: è l’ennesima incrinatura in una lunga tradizione di tensioni tra palco e geopolitica.

La lettera, firmata da musicisti di fama globale, riporta alla memoria episodi che molti preferirebbero dimenticare. Nel 1969, dopo la vittoria della Spagna franchista, l’Austria si ritirò per non legittimare il regime di Franco. Nel 1975, la Grecia abbandonò il concorso per protestare contro la partecipazione della Turchia dopo l’invasione di Cipro; l’anno successivo fu la Turchia a ritirarsi quando la Grecia tornò in gara. Nel 2009 la Georgia si vide respingere la canzone We Don’t Wanna Put In perché considerata una provocazione politica diretta a Vladimir Putin. E nel 2022, appunto, la Russia venne esclusa all’istante, segnando un precedente che oggi torna al centro del dibattito.

Il boicottaggio del 2026, però, ha un carattere diverso: non è un gesto isolato di un singolo Paese, ma un movimento culturale che attraversa generazioni, generi musicali, nazionalità. È un coro che chiede coerenza, che rifiuta l’idea di un palco impermeabile al mondo che lo circonda. Alcune emittenti (Spagna, Irlanda, Islanda, Paesi Bassi e Slovenia) hanno annunciato il ritiro; alcuni artisti hanno restituito premi (vedi il nostro Nemo) o dichiarato che non parteciperanno. L’Eurovision, che da sempre si presenta come una festa, si ritrova improvvisamente a fare i conti con la sua ombra.

La domanda che emerge è semplice e scomoda: la cultura può davvero essere neutrale? Il festival ha sempre sostenuto di sì, ma la sua storia racconta altro. Racconta che ogni canzone porta con sé un contesto, ogni voto un’alleanza, ogni assenza un conflitto. Racconta che la musica non vive nel vuoto, e che il pubblico non accetta più la finzione di un mondo parallelo dove tutto è leggero, colorato, innocuo. E forse è proprio questo il punto: non si tratta di politicizzare la musica, ma di riconoscere che la musica non è mai stata fuori dalla politica. L’Eurovision è un palcoscenico globale, e ciò che accade su quel palco (o ciò che si sceglie di ignorare) racconta sempre qualcosa del mondo che lo circonda.

LEGATO A “IL MATTINO DI RETE TRE” DEL 21.04.2026, ORE 7.30

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