Che il 2016 sarebbe stato un anno infausto per la musica lo si capì chiaramente il 21 aprile, quando, dopo David Bowie, il pop perse anche Prince. Il corpo senza vita del musicista fu trovato nella sua residenza-studio di Paisley Park, 15 miglia a sud-ovest di Minneapolis. La causa della morte, si scoprì in seguito, fu un’overdose da oppioidi.
Non un musicista ma il musicista, a detta di molti dei grandi artisti che lo hanno conosciuto. Prince è stato una star a tutto campo, dagli aspetti musicali a quelli visivi, fino alla gestione dell’immagine: uno status raggiunto attraverso scelte coraggiose, non banali, visionarie. Integrando nella sua musica immagine e performance, ha costruito il suo immaginario ridefinendo di volta in volta i confini del mainstream.
Una produzione di cui volle mantenere il pieno controllo fin dagli inizi: quello “scritto, arrangiato e suonato da Prince” che accompagnava i suoi dischi, rivendicazione di autonomia artistica, lo ha reso un simbolo di resistenza alle ingerenze dell’industria musicale.
Il folletto di Minneapolis (così chiamato per la statura tutt’altro che imponente) era personaggio sfaccettato e cangiante, impossibile da fissare in una categoria. Una figura da leggere attraverso quegli aspetti che ne hanno caratterizzato la parabola artistica.
Let’s Go Crazy
Soulovers 19.04.2026, 21:00
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La chitarra
Per il suo modo di suonare la chitarra, Prince fu spesso accostato a Hendrix. Un paragone che visse con un certo fastidio: sosteneva fosse dovuto al colore della pelle e che il suo chitarrismo si ispirasse a Carlos Santana. L’ammirazione verso Hendrix però era innegabile, tanto che lo omaggiò a più riprese.
Il ruolo delle donne
Da Wendy & Lisa a Sheila E., da Apollonia fino a Hannah Welton: Prince ha sempre promosso il talento femminile nelle sue produzioni. Le artiste del suo giro non erano elementi decorativi ma musiciste dotate di visibilità, autorità e potere creativo. Aggiungiamo una “traccia bonus”: Manic Monday, da lui scritta e donata alle Bangles.
Sessualità come potere
Prince sessualizzava allo stesso modo uomini e donne: con lui la sessualità era potere e non sottomissione. La fluidità di genere era cifra della sua produzione: il falsetto era identità, gli abiti mescolavano maschile e femminile, l’io narrante nelle canzoni si muoveva tra i generi.
Autonomia dall’industria musicale
Prince produceva i suoi dischi fin dal 1978; dopo il successo di Purple Rain spostò la produzione a Paisley Park, accrescendo il controllo sul processo artistico.
Dal 1993 al 2000 cambiò il suo nome in “Love Symbol”, in aperta protesta con la Warner che non gli lasciava pubblicare tutta la musica prodotta.
Cinque dischi (più uno) per scoprire Prince
Oltre 100 milioni di dischi venduti, il nome iscritto nella Rock’n’Roll Hall of Fame dal 2004: concentrare la carriera di Prince in una manciata di dischi è utopia. Proviamo a ripercorrerne la discografia attraverso i decenni, consapevoli dei limiti dell’operazione.
Dirty Mind (1980)
A cavallo fra i due decenni Prince abbandona il soul di stampo commerciale in favore di un funk tagliente e testi espliciti. Singoli-manifesto della svolta: Uptown e Dirty Mind.
1999 (1982)
Ballabile e pop, dominato dai synth, è l’album che lo consacra al grande pubblico grazie all’impatto di brani come 1999 e Little Red Corvette.
Purple Rain (1984)
Il trionfo commerciale: funk, soul, rock e pop convivono in singoli singoli vibranti e appassionati come When Doves Cry e Let’s Go Crazy. E poi c’è Purple Rain, intensa ballata di quasi 9 minuti. Il disco vince tre Grammy e diventa anche film, conquistando un Oscar.
Sign o’ the Times (1987)
L’apice artistico. Un disco di sperimentazione pop in cui racchiude politica, sessualità e spiritualità, in brani come Sign o’ the Times e If I Was Your Girlfriend.
Diamonds and Pearls (1991)
Assieme alla New Power Generation, la band che lo supporta, incorpora le sonorità hip hop e R’n’B che si stanno affacciando nei ‘90. Con Cream raggiunge la vetta delle classifiche.
Musicology (2004)
L’album che segna il ritorno al centro del pop, collegando funk e mainstream. La title track si aggiudica un Grammy.

