Ci sono album che si annunciano subito come benedetti dagli dei e altri che invece faticano a trovare la strada per la gloria. Il primo LP dei Ramones, pubblicato giusto cinquant’anni fa, 23 aprile 1976, appartiene a questa seconda categoria. Uscito baldanzosamente per una giovane etichetta che voleva spaccare il mondo, la Sire Records, non superò mai la centodecima posizione della classifica di Billboard, annaspando nelle zone basse anche se buona parte della critica aveva acceso subito luce verde per quelle canzoni primitive e taglienti.
Non c’è da stupirsi. La scena pop rock di quella primavera 1976 era popolata da cantautori vezzosi, band con attrezzature monumentali, teatranti rocker che anteponevano il proprio ego alla musica, vecchi protagonisti che già a trent’anni erano considerati “dinosauri”; mentre nel mondo della musica black furoreggiava il Philly Sound e si manifestavano i primi sintomi di quella “febbre del sabato sera” che di lì a poco avrebbe contagiato il pianeta. La West Coast era morta e defunta, il Progressive rantolava e il fondato sospetto era che il divertimento e la creatività che per anni avevano incendiato la scena fossero svaniti.
In quel finto paesaggio da cartolina ecco irrompere quattro ragazzi dei suburbi nuovayorkesi (nel momento in cui New York era una città sull’orlo del fallimento, una Grande Mela marcia) che per gioco e provocazione si presentavano tutti con lo stesso cognome, Ramone, e suonavano un rock abrasivo, ai minimi termini, una rumoristica sinfonia di basso, batteria, chitarre, voce che si esprimeva in miniature di due minuti e mezzo o anche meno. Erano in giro da un paio d’anni, avevano fatto gavetta in piccoli locali della New York più malfamata, il mitico CBGB’s su tutti, e non si erano scoraggiati davanti a platee di dieci persone e agli insulti dei rocker tradizionalisti. Ostinati e sicuri di sé, avevano continuato con i loro show lunghi giusto una ventina di minuti, dove la travolgente energia prevaleva su qualsivoglia idea di varietà e suscitava un clima minaccioso che i giubbotti di cuoio indossati su vissuta t shirt e jeans rimarcavano anche visivamente.
Per quanto poco venduto, quel primo disco Ramones fu una sveglia e le sue canzoni servirono come restart di una vicenda che si era incagliata, come esempio per una generazione di ragazzi disorientati dalla piega che avevano preso le cose.
Blitzkrieg Bop, Judy Is a Punk e l’altra dozzina di canzoni tutte, sissignori!, uguali erano la dimostrazione che con naturalezza ed entusiasmo si poteva riprendere da dove tutto era cominciato: dagli emuli di Elvis nella notte dei tempi, da Louie Louie, dai Beatles ad Amburgo, da Kinks e Rolling Stones giovinetti, dai garage groups anni ’60, con tre accordi, passione e voglia di raccontare schiettamente i propri tempi.
In quegli stessi giorni New York generò altri alieni musicali, da Patti Smith a Richard Hell, dai Talking Heads ai Modern Lovers, che contribuirono a trasformare e a vivificare la scena rock. I Ramones non furono l’esempio di maggior successo, anzi, viene facile dire che la loro non è mai stata una storia di successi commerciali quanto piuttosto un esempio forte di tenacia e dedizione ai fondamentali rock. Eppure furono soprattutto loro a ispirare le storiche band di punk inglese, Sex Pistols su tutti, riuscendo poi a diffondere il proprio verbo quanto nessuno avrebbe mai immaginato nelle serate con dieci persone sulla pista del CBGB’s – 2’263 concerti, così riportano le cronache del rock, fino allo scioglimento nel 1996.
Ramones
Facciamo una band? 22.10.2025, 06:10
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