Musica rock

Trent’anni fa Gianluca Grignani usciva dalla fabbrica di plastica

Il cantautore milanese si liberò dell’immagine di teen idol con un disco spiazzante

  • Oggi, 11:00
  • 2 ore fa
Gianluca Grignani
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Di: Patrizio Ruviglioni 

Nella primavera 1996 la carriera di Gianluca Grignani - allora appena 24enne - pare destinata a un grande e soprattutto tranquillo futuro. Il non-ancora-rocker (semmai popstar) milanese è reduce dal successo fulminante del suo album d’esordio, Destinazione Paradiso (1995), scandito dal singolo omonimo e da La mia storia tra le dita, con vittoria tra le Nuove Proposte di Sanremo 1995 e più di un milione di copie vendute in tutto. Bello e vincente, è l’ultimo degli idoli per adolescenti che spopolano in Italia, negli anni di Non è la Rai. Qualche indizio strisciante - una bella penna da cantautore, Destinazione Paradiso che forse parla di suicidio (ancora se ne dibatte), un’ospitata al Festivalbar dove si getta sul pubblico smascherando il playback, in maniera provocatoria - qua e là si è già palesato, ma nessuno ha ancora davvero intuito la sua insofferenza a ciò che, si scoprirà, gli è stato confezionato addosso. Finché il 20 maggio, trent’anni fa, non esce La fabbrica di plastica.

Qui nasce il mito del Joker, il soprannome che da allora e con sempre maggiore insistenza si porta dietro: quello del cantautore genio e sregolatezza, capace di colpi di testa, dalla carriera in sostanza instabile, con un demone sulla spalla che gli contorce il sorriso, che all’improvviso non è più quello compiacente e rassicurante, da teen idol. Appunto, La fabbrica di plastica. La stagione è anche quella del rock alternativo e del grunge, il mito a cui ambire - per sua stessa ammissione - è The Bends, album con cui i Radiohead si sono appena liberati dal “polmone d’acciaio” (My Iron Lung) di band da MTV segnato da Creep (1993), dimostrando di essere tanto altro. La svolta di Grignani è simile nel suono, ma ancor più radicale date le premesse: le melodie orecchiabili di Destinazione Paradiso spariscono, affogate in una manciata di canzoni di rock scuro e acido, cavalcate distorte e ballate stralunate, con testi ora allucinati, ora più polemici. Non c’è il polmone d’acciaio, ma siamo lì: c’è la “fabbrica di plastica”, che ha reso Grignani un “prodotto ben plastificato”; e c’è lo strappo, la popstar che si ribella, fugge via.

Riparlarne oggi è gratificante. È tra gli album rock italiani più ispirati degli anni Novanta, un colpo basso alle dinamiche dell’industria, manifesto di decrescita felice. Perché dentro ha lo sfogo (tra cui anche Rok Star) e le provocazioni (Più famoso di Gesù, un riferimento ai Beatles), certo, ma anche riflessioni sull’età adulta (Galassia di melassa, La vetrina del negozio di giocattoli) e introspezione (Il mio peggior nemico) che lo rendono un evergreen. Ma il pubblico non era pronto: i fan accaniti, per lo più giovani ragazze, restarono spiazzati, non seppero decifrarlo; mentre appassionati e critica a cui avrebbe dovuto rivolgersi lo ignorarono, bloccati dai pregiudizi verso quello che per loro era ancora un cantante per adolescenti. Il risultato è un lavoro grandioso, ma anche un’enorme opera di auto-sabotaggio, un’odissea sicuramente romantica ma suicida dal punto di vista commerciale.

Sarebbe bastato, magari, introdurre il rock e le distorsioni in maniera più graduale? Cercare, forse, di spiegare meglio al pubblico un album che gli stessi discografici, per primi, faticavano a capire? Insomma, serviva qualche compromesso in più? Chissà. Grignani ha detto di non essersene pentito, contando che nel tempo l’opera è stata rivalutata ed è diventata parte fondante del mito. Ma il prezzo pagato resta, trent’anni dopo, ancora alto: è vero, è stato uno smacco a chi lo voleva solo come cantate per ragazzini; ma l’ha condannato a salite e discese - il successo di massa tornerà solo nel 2001, comunque per certi versi fugace, con L’aiuola - che l’accompagnano ancora, nel segno di instabilità artistica e personale. Forse è tutto più grande di La fabbrica di plastica e non sarebbe potuto andare diversamente. Nel dubbio, trent’anni dopo, resta un disco meraviglioso, ritratto più o meno volontario, in ogni caso vero e sofferto, di uno degli ultimi irregolari della musica italiana. 

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