Musica italiana

Nessuno divide l’Italia come Sal Da Vinci

Da Sanremo all’Eurovision fra critiche e ovazioni, al ritmo di “Per sempre sì”

  • 55 minuti fa
Eurovision - Sal Da Vinci
Di: Patrizio Ruviglioni 

Sal Da Vinci è il cantante che più ha diviso l’Italia negli ultimi mesi. Colpa o merito della sua Per sempre sì, canzone che ha vinto l’ultimo Festival di Sanremo e che si è classificata quinta all’Eurovision Song Contest di Vienna (un risultato in linea con quelli, già buoni, dei connazionali nelle precedenti edizioni). Da una parte, è diventata un must ai matrimoni, forte di un testo perfetto per l’occasione - con tanto di anello e timbro nella coreografia - e di una vocazione popolare, una sorta di aggiornamento estetico e sonoro del genere in chiave TIkTok. Dall’altra, specie in patria, ha raccolto critiche, tanto più nei giorni di ESC, riguardo all’idea del paese che si è data e che si vuole dare ancora al mondo.

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Sal Da Vinci

Sal Da Vinci, per sempre sì o per sempre no? Perché il cantante napoletano divide l’opinione pubblica?

Controcorrente 14.05.2026, 11:47

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  • Antonio Bolzani

Napoletano, classe 1969, nato Salvatore Michael Sorrentino a New York (a seguito di un tour del padre, Mario Da Vinci, decano della canzone partenopea, da cui ha ereditato il cognome “d’arte”), Sal Da Vinci è antico e moderno: da un lato segue la rinascita della canzone napoletana e di Napoli in generale - in termini di appeal, prestigio e turismo - di questi anni, in senso lato passata per i vari Geolier e Liberato; dall’altro, ha alle spalle una gavetta cinquantennale, ha cominciato a esibirsi sul palco insieme al padre da bambino, di fatto si definisce un ostinato operaio dello spettacolo (di nuovo, l’essere del popolo) e in Per sempre sì ha abiurato ogni velleità di rivoluzione.

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Sal Da Vinci - Per sempre si

RSI Cultura 17.05.2026, 00:29

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Ai punti, infatti, questa è l’affermazione più grande della sua carriera. Nel 2009, infatti, sulla scia del successo nei musical (perché, davvero, in questi anni ha fatto di tutto) aveva partecipato per la prima volta a Sanremo, chiudendo terzo e aspettandosi “una chiamata per l’edizione successiva”. Invece niente, fuori. “Non mi consideravano un cantante”, avrebbe detto. Eterna sottovalutazione, di nuovo gavetta, anni duri, fino al rilancio nel 2024, con Rossetto e caffè, hit auto-prodotta a sorpresa virale su TikTok, che gli ha permesso di rientrare all’Ariston dalla porta principale. Ecco, se da un lato tanti brani sembrano esserci concepiti apposta per i social, quasi fossero nativi, i suoi portano la tradizione in quel contesto, catturando un pubblico sia di adulti e sia di ragazzi.

Sul campo però sono rimaste tante critiche. E quelle accusate di razzismo verso i napoletani - su tutte, il vicedirettore del Corriere della sera, Aldo Cazzullo, ha definito Per sempre sì «la colonna sonora di un matrimonio di camorristi» - sono una minoranza, per quanto questa forma di pregiudizio, in Italia, sia ancora sentita, al di là del Corriere. È il dibattito sulla natura del brano in sé, amplificato dall’esibizione all’Eurovision, con tanto di tricolore sventolato, a dividere: il pezzo sarebbe un’esaltazione semplice e piana, banale, di valori tradizionali come il matrimonio (rigorosamente in chiesa, rigorosamente il giorno più importante della vita), suffragata da una musica altrettanto tradizionale, per un’immagine dell’Italia vecchia, da cliché, “pizza e mandolino”, non in linea con le nuove sensibilità e con quanto portato ad Eurovision negli ultimi anni (Måneskin, Mahmood, Angelina Mango). Insomma, Per sempre sì sarebbe un ritorno al passato, a Pupo e quell’Italia da esportazione in parte superata, giocosa e focosa, da Est-Europa. Che idea, ci si è chiesto, stiamo dando di noi al mondo? Chissà.

Sal Da Vinci ha ripetuto più volte di “avere le spalle larghe”, di lasciarsi scivolare “critiche e cattiverie” addosso, rifiutando la sindrome dell’accerchiamento. Semmai, in questi mesi è sembrato una sfinge, imperturbabile a tutto - agli appunti piccati, alle mode, alle nuove sensibilità, qualcuno direbbe “al buongusto” - tranne che alle emozioni e ai problemi più urgenti, che nel caso di Vienna vanno dal calo di voce che l’ha colpito alle lacrime d’emozione dopo l’ultima esibizione. Lo fa per sé e, sembra, lo fa davvero, con una semplicità all’antica che non gli si può non riconoscere e dopo una carriera ingrata. E questa sorta di favola, prima ancora dei riferimenti alla tradizione, è la sua vera forza implicita con il pubblico.

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