1926-2026

Miles Davis: Birth of the Cool torna per i 100 anni dalla nascita

Le tecnologie sonore moderne esaltano le sessioni che, con Gil Evans e un nonetto innovativo, cambiarono la storia del jazz

  • Un'ora fa
Miles Davis
  • Imago / Album
Di: Riccardo Bertoncelli 

Il centenario di Miles Davis sta piacevolmente agitando la scena jazz, con ristampe, memorial, interi festival dedicati a questo gigante della musica del Novecento. Miles ha lasciato un patrimonio così imponente, e toccato così tanti punti del mondo jazz, che c’è solo l’imbarazzo della scelta. Si può mettere l’accento sul “disco perfetto”, che naturalmente è Kind of Blue, con il primo “great quintet”, o sulle prodezze del secondo “great quintet”, negli anni ‘60, o ancora sulla svolta elettrica di Bitches Brew o sul profetico jazz funk dei ‘70; ma vale anche tornare indietro, alle origini del mito, quando Davis aveva poco più di vent’anni e concepì un album come Birth of the Cool, pietra d’angolo di una nuova stagione musicale.

In quel tempo, 1948-49, Miles era già noto per il suo lavoro con Charlie Parker, il musicista che aveva traghettato il jazz dallo swing al be bop. Ma Parker e il suo complice, Dizzy Gillespie, «per quanto grandi e fantastici, non erano dolci», per usare le parole dello stesso Davis nell’autobiografia, e la loro musica «non aveva l’umanità di Duke Ellington» e non si poteva «canticchiare facilmente per strada a passeggio con la vostra ragazza, mentre cercavate di baciarla». Così Miles si propose di ovviare a quella mancanza e provò una strada tutta sua; frequentando un arrangiatore più grande di lui, Gil Evans, che lo aveva impressionato per il lavoro svolto con la Claude Thornill Orchestra, e altri musicisti che la pensavano allo stesso modo, e non contava che fossero bianchi o afroamericani, l’importante era che si dedicassero a un esperimento di jazz nuovo, accessibile, elegante.

Il piccolo appartamento di Evans a New York diventò la base di questi carbonari, inquadrati in un nonetto con singolarissima strumentazione: la classica sezione ritmica di contrabbasso, batteria e pianoforte più tromba, trombone, tuba, corno francese, sax alto e baritono, con la partecipazione di una nuova leva di giovani jazzisti destinati alla storia, da Gerry Mulligan a Lee Konitz, da John Lewis a Max Roach. Si provarono anche delle canzoni, e le parti vocali furono affidate a Kenny Hagood, già con Gillespie. Bravi i musicisti, ma importantissimo anche il lavoro degli arrangiatori (Evans, Mulligan, Lewis); che contrariamente alle abitudini ebbero il loro nome in bella vista

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Miles Davis

Miles in the sky

Voi che sapete... 30.09.2021, 14:32

  • Keystone

Il nonetto esordì nell’estate del 1948 al Royal Roost di New York ma non attirò il pubblico e presto si sciolse. Miles però tenne il punto e quando la Capitol gli offrì un contratto recuperò l’idea e fra il gennaio del 1949 e il marzo 1950 registrò una dozzina di brani presto pubblicati su singoli 78 giri, come all’epoca usava, sfruttando la lunghezza ridotta dei pezzi, nessuno dei quali superava i tre minuti e mezzo. I brani ebbero subito fortuna, dalla Venus de Milo di Mulligan a quella Boplicity che Miles firmava con il nome della mamma, Cleo Henry, e nel 1953 otto furono raccolti in un EP. Nel 1957 le tracce diventarono undici per la prima edizione LP, che assunse il titolo che conosciamo, Birth of the Cool; in seguito sarebbe stata recuperata una ulteriore canzone, Darn That Dream, che con un nastro live del settembre 1949 sarebbe confluita in un definitivo The Complete Birth of the Cool di 25 brani.

Se andate su Discogs, troverete ben 242 versioni dell’album, da quel lontano 1957 a oggi. L’edizione del centenario davisiano tuttavia è speciale; le nuove tecnologie sonore fanno miracoli e il ricorso ai nastri originali opportunamente restaurati consente di ascoltare Miles e i suoi coraggiosi esploratori con una brillantezza e un nitore unici. Un bel modo di rinfrescarsi la memoria, perché da anni l’accento cade sul Miles elettrico e oltre, in cammino per vie extra occidentali, mentre qui suona un musicista attratto proprio dal canone orchestrale d’occidente. Un confronto fra i due periodi rende l’idea di quanto lunga e fruttifera sia stata la strada percorsa da Davis nel corso della sua vita artistica, da un estremo all’altro del jazz.

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