Teddy Reno appartiene a una specie che il Novecento italiano ha quasi consumato fino all’estinzione: i signori. Non i divi, non i personaggi, non le macchine da spettacolo. I signori. Quelli che entravano in scena senza occupare tutto lo spazio, che cantavano senza strappare gli applausi, che restavano impressi per il tono prima ancora che per la voce.
A guardare oggi la sua storia, colpisce una cosa. Non tanto che compia cent’anni. Ma che sia riuscito a attraversare un secolo intero senza tradire mai il proprio stile. Dall’Italia delle radio a valvole a quella dei social network, dal varietà in bianco e nero alla tv urlata, Teddy Reno è rimasto fedele a un’idea quasi antica della musica: il cantante come narratore di sentimenti, non come protagonista di sé stesso.
Era nato a Trieste, città di frontiera e di mescolanze, con dentro già l’Europa prima che l’Europa esistesse davvero. Forse viene anche da lì quella sua eleganza un po’ mitteleuropea, distante dall’enfasi napoletana e dall’esuberanza romana. Nella sua voce c’erano le serenate italiane, certo, ma anche qualcosa dei crooner americani, di Perry Como e Bing Crosby, di quel modo morbido e confidenziale di stare dentro una canzone senza sopraffarla.
Showcase Teddy Reno, 21.09.2015
Speciali 23.09.2015, 12:56
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Quando negli anni Cinquanta cantava Accarezzame, Na voce na chitarra e o’ poco ‘e luna, Piccolissima serenata o Come sinfonia, non interpretava soltanto dei brani di successo. Dava voce a un Paese che aveva fame di delicatezza dopo aver conosciuto la brutalità della storia. Un’Italia che si stava ricostruendo e che la sera, davanti alla radio, sognava ancora con lentezza.
Eppure il suo talento più raro forse non era quello del cantante. Era l’occhio. La capacità di vedere negli altri quello che ancora non si vedeva. Quando fondò la CGD (Compagnia Generale del Disco) e poi inventò il Festival degli Sconosciuti, fece quello che oggi chiameremmo scouting. Ma la parola è troppo fredda. Teddy Reno andava a caccia di personalità. Cercava voci, caratteri, destini. Da quel laboratorio passarono Claudio Baglioni, Marcella Bella, Mal, Ivan Cattaneo e soprattutto una ragazzina torinese dai capelli rossi che sembrava avere una dinamo al posto del cuore: Rita Pavone.

Teddy Reno e Rita Pavone sposi a Lugano?
RSI Archivi 15.03.1968, 08:56
Il resto è una delle storie d’amore più improbabili e, proprio per questo, più belle dello spettacolo italiano. Lui maturo, elegante, già affermato. Lei un ciclone adolescente con un’energia incontenibile. In molti all’epoca pronosticavano un matrimonio destinato a durare poco. Invece sono passati quasi sessant’anni. A volte la cronaca sbaglia i conti e la vita, con discrezione, si prende la sua rivincita e la sua bellezza.
Anche il Ticino è stato parte di questa storia. Arrivati quasi per caso in Valle di Muggio alla fine degli anni Sessanta, Teddy Reno e Rita Pavone decisero di costruire qui la loro casa, trasformando una semplice gita fuori porta in una scelta di vita. In anni segnati dall’attenzione incessante dei rotocalchi, il Cantone offrì alla coppia quella discrezione che in Italia faticava a trovare. Da allora la valle è diventata il loro rifugio e i due artisti sono entrati a far parte del paesaggio umano e artistico del Mendrisiotto.

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RSI Archivi 28.10.1981, 11:00
A differenza di tanti suoi contemporanei, Reno non ha mai avuto bisogno della nostalgia. Gli è bastata la memoria. Custodire un mondo senza trasformarlo in museo. Per questo, quando si pensa a lui, vengono in mente non soltanto le canzoni, ma un’intera civiltà dello spettacolo: Pippo Barzizza, Lelio Luttazzi, Nunzio Filogamo, il primo Sanremo, i film con Totò, le orchestre che suonavano davvero, gli smoking, le prove interminabili, l’artigianato della musica.
Oggi, a cent’anni, Teddy Reno assomiglia a certe fotografie che il tempo non riesce a scolorire. Non perché siano rimaste uguali. Ma perché continuano a raccontare qualcosa di essenziale. Nel suo caso, un’idea semplice e quasi rivoluzionaria: che si può attraversare un secolo intero restando persone perbene. E che, qualche volta, anche questa è una forma d’arte.



