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Briciole sonore

Ten, i Pearl Jam e un amore che si riaccende ogni estate

Il debutto della band di Seattle alimenta un’adolescenza (rock) che non si arrende nemmeno di fronte ai capelli bianchi

  • Oggi, 15:00
Eddie Vedder, cantante dei Pearl Jam, nei '90

Eddie Vedder, cantante dei Pearl Jam, nei '90

  • Imago / Joe Giron
Di: Andrea Rigazzi 

Briciole sonore: un lembo di rete dove andare a zonzo tra canzoni, suoni, pensieri.

La prima musica che potevamo chiamare veramente nostra. Le serate passate ad ascoltare Release in camera, mentre mamma e papà guardavano la tivù. La prima camicia a quadri fuori dai pantaloni (uh uh quanta trasgressione).

L’estate 1993 si ripresenta puntuale ogni anno, di questi tempi. Posa il suo fagotto e dentro ci trovo, immancabilmente, Ten dei Pearl Jam. E si rigonfia l’onda degli ascolti.

In ritardo di un anno e mezzo buoni rispetto alla pubblicazione, il disco alla fine raggiunse anche noi bòcia della provincia dell’Impero (era uscito nel 1991). Non per attaccare con la tiritera della comunicazione che ai tempi era più lenta, però…
Cominciammo ad assaporarlo verso la fine delle medie, assieme a Core degli Stone Temple Pilots, Dirt degli Alice in Chains e, naturalmente, Nevermind. Che in realtà avevamo già digerito un paio di anni prima, ma che ora, collocato in una nuova mappa del rock, suonava come nuovo.

Beh sì, ascoltavamo anche gente che poi si è un po’ persa di vista: tipo gli Ugly Kid Joe. All’epoca il loro America’s Least Wanted lo trovavamo divertente, e tanto bastava. Un po’ di sano rocchettino da rotazioni radiotelevisive per giovanotti di bocca buona: ci sembrava comunque meglio del levigato pop da classifica (che peraltro avevamo consumato pure noi). Per dire che, molto prima che venissero sdoganati i guilty pleasures, non eravamo dei duri e puri.

Ma torniamo a Ten. Il disco si schiudeva alle nostre orecchie con quell’intro ipnotica, per poi dissolversi nell’attacco elettrico di Once. Per dirla tutta, furono il funkettone di Even Flow e l’intensità drammatica di Jeremy a fare breccia nelle mie orecchie, oltre alla già citata Release, ballata dai toni REMmiani che si apre nello smarmellamento chitarristico finale, quasi catartico.

Invece sul momento Alive non la capii più di tanto. Limiti miei, sicuramente, ma quella profusione nell’assolo ai tempi mi annoiava. Ci ho messo giusto una ventina d’anni per apprezzarne i respiri e quel finale che mette sotto lo stesso cappello Stevie Ray Vaughan e Crazy Horse.

Negli anni sono saltati fuori tanti racconti, aneddoti e altre cose sulla genesi di quel primo album: Eddie Vedder benzinaio a San Diego che riceve una cassettina da Seattle con le strumentali e risponde con i testi cantati; Oceans (una delle mie preferite), scritta da Eddie quella volta che era rimasto chiuso fuori dalla sala prove; quell’intro misteriosa che qualche anima pia online ha trasformato in un brano, Master/Slave, in cui il basso fretless di Jeff Ament si esalta.

Negli anni i Pearl Jam si sono lamentati del suono del disco, secondo loro troppo compromesso con l’hard rock degli anni ’80, tanto che nel 2009 lo ristamparono, rimasterizzato dal fido Brendan O’Brien. Confesso di averlo ascoltato una volta e di essere ritornato immediatamente alla prima versione, quella con il libretto consumato a forza di tirarlo fuori dalla custodia tutta graffiata.

Gli anni ’90 parevano davvero aver fatto tabula rasa degli eccessi del pop-rock. Sembrava soffiare un vento di austerità spirituale, passatemi l’espressione. Benedetta ingenuità. Arrivarono poi l’esaltazione dello sfarzo e della ricchezza, i diamanti e i marchi del lusso. E si tornò tutti in superficie.

Certo, il disco uscì per una major, Ament e Gossard (ex Mother Love Bone) bazzicavano da tempo l’industria musicale: non parliamo del trionfo dell’indipendenza, da un punto di vista discografico. Ma fu questo disco che a quindici anni ci trasmise il desiderio di comprarci una chitarra elettrica e formare la nostra band. Anche noi volevamo fare stage diving. Andò come andò, e quel gruppo di ascoltatori adolescenti col tempo è andato allentandosi. Mentre Eddie e banda sono ancora lì a macinare palchi.

A distanza di trentacinque anni, Ten continua a girare, e anche nei suoi episodi meno a fuoco sembra di sentire i PJ, giovani vecchi, sussurrarci nelle orecchie il messaggio più prezioso: cercate rifugio nelle cose semplici. Sarà il potere della suggestione, ma funziona sempre.

26:59
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Il Podcast di Leo: Pearl Jam

Il gioco del Luca 01.02.2025, 16:10

  • Keystone
  • Luca Ferrara

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