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Il segreto del successo di Ultimo

A Roma concerto da record con 250mila fan

  • 2 ore fa
Ultimo
  • Imago / Abacapress
Di: Patrizio Ruviglioni 

Non può essere un caso. Non può essere un caso, ecco, se proprio Ultimo, il 4 luglio 2026, segnerà il record di spettatori per un concerto a pagamento in Italia, con 250mila biglietti - peraltro, venduti in un pomeriggio - per il live di Tor Vergata, nella sua Roma, lungo la spianata aperta lo scorso anno per il Giubileo. Da messa sacra a messa laica. Cos’ha di speciale? Una parte del Paese ancora se lo chiede, un’altra - i suoi fan - continua a predicare gelosia e protezione, Ultimo sarebbe affare loro, per adepti. Un culto. Ma questa polarizzazione è solo una parte di un fenomeno comunque troppo grande anche da ignorare, che numeri alla mano batte Modena Park di Vasco Rossi (225mila nel 2017), sale in vetta e ci resterà a lungo, visto che lo stesso Blasco - che pure gli ha ceduto volentieri il primato, ma resta l’unico in grado di scalfirlo - per il 2027 ha annunciato “un grande evento da 500mila persone”, il Giubileo di Vasco, sempre a Roma, ma ripartito su dieci concerti.

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Il concerto da record di Ultimo (Il pomeriggio di Rete Tre)

RSI Cultura 01.07.2026, 14:00

  • Imago / Abacapress
  • Julie Meletta

E dunque, un uomo solo al comando. Quella di Niccolò Moriconi - classe 1996, dalla periferia di San Basilio - del resto è una tempesta perfetta, un anno e mezzo per passare dalla vittoria delle Nuove Proposte di Sanremo 2018 con Il ballo delle incertezze al primo live in uno stadio, l’Olimpico di Roma (giugno 2019), il suo feudo, dieci appuntamenti lì fino a oggi, più vari San Siro, Circo Massimo, eccetera. Uguale e diverso, è arrivato in cima sia come mosca bianca e sia come figlio del proprio tempo. Da un lato, punta su una musica rassicurante - e nel nuovo album Il giorno che aspettavo, settimo per lui, la formula è la stessa - e un linguaggio già assimilato, un cantautorato classico, di melodie, pianoforte e storie d’amore, in partenza da Venditti (che infatti l’ha benedetto), Baglioni e Renato Zero fino a Eros Ramazzotti. Dall’altro, questa soluzione quasi conservativa (ma nel suo mondo la politica non entra) lo rende unico, una sorta di reazione avversa al tempo: anche lui corre nel gioco al rialzo del gigantismo di oggi, ma con canzoni scritte in prima persona - e non, come tanti colleghi, da vari autori - e un’etichetta tutta sua, indipendente.

Rispetto a Vasco, il paragone è fuorviante: l’artista di Zocca era tutt’altro che rassicurante, usava un linguaggio generazionale, il rock, per raccontare lo spaesamento della sua, di generazione; Ultimo, al contrario, fa propri i modelli del passato, per raccontare il disagio di viverla, quest’epoca. Anche per questo, suona più tradizionale e, di nuovo, sicuro, capace di unire pubblici di età diverse. Lo ha appena raccontato bene, per esempio, il giornalista Mattia Marzi nel saggio Il popolo di Ultimo (Gallucci), fotografia di un gruppo di fan enorme e trasversale, però accomunato da una certezza: la devozione della propria vita al loro idolo, decine di migliaia di persone che vanno ai suoi concerti più volte anche in un anno e che con lui vivono quasi un legame di sangue, viscerale - lo dimostrano anche gli accampamenti a Tor Vergata di questi giorni, una settimana prima del concerto - e comunque ricambiato.

Quest’attaccamento - degno dei sorcini o dello stesso popolo di Vasco, nient’altro - è somma dei fattori precedenti e vera chiave della faccenda, ciò che (per citarlo) alimenta la sua favola e gli consente di riempire gli stadi, a fronte di canzoni che non seguono le regole dello streaming (banalmente, le sonorità urban o il feat facile) e neanche registrano chissà quali passaggi in radio, ma sono religione per una nicchia enorme di pubblico, che in lui vede un profeta, un’occasione di riscatto. È la narrazione, oggi, a fare la differenza. Ultimo, volto buono per tutte le stagioni, tradizione venuta a salvare il presente, ragazzo puro di periferia e voce (già dal nome) di chi non ne ha, fosse anche per dire cose qualunque, un po’ ci marcia e tanto ci crede, alimenta la retorica dell’outsider - lui - anche davanti a risultati clamorosi, preme sull’accerchiamento (nel caso del rapporto turbolento con la stampa, specie dopo il secondo posto di Sanremo 2019), però non dà mai l’impressione di calcoli. A creare comunità con le canzoni, in un periodo in cui non lo fa più nessuno, è un campione, e non è poco.

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