L’altro giorno ho sbattuto la gamba contro lo spigolo del letto. Il dolore è stato così acuto e improvviso che la mia reazione è stata immediata, viscerale e per niente aggraziata. Non ho detto “acciderbolina”. Ho lanciato un’imprecazione che sembrava un ruggito. E, magicamente, mi sono sentita meglio.
Non è solo una mia impressione. La scienza ci dice che l’imprecazione è un doping naturale, un analgesico, un potenziatore di performance. Richard Stephens studia gli effetti delle parolacce almeno dal 2010, e ha scoperto che funzionano da antidolorifico (il primo studio, con Clare Umland, è stato pubblicato nel 2011)
Questo succede perché l’imprecazione attiva una reazione di “fight-or-flight” (combatti o fuggi), aumentando il battito cardiaco e riducendo la sensibilità al dolore. Ma c’è un problema: questo meccanismo funziona meno quando una persona usa le parolacce troppo spesso. E funziona in modo diverso a seconda di come è stata socializzata – se come uomo o come donna.
Per secoli, la potenza espressiva femminile è stata ingabbiata in un esercizio di autocensura. Una vera donna doveva essere morbida, accogliente, garbata, elegante. Il modo migliore per esserlo? Stare in silenzio.
Pronunciare improperi, e farlo in pubblico, è una conquista recente. Eppure, ancora oggi, esiste un doppio standard. Un uomo che impreca è percepito come spontaneo, forte, o sta semplicemente cementando le relazioni nel suo gruppo. Una donna che lo fa è giudicata volgare, fuori luogo, isterica.
Rompere questo tabù è un atto politico. Michela Murgia ci ricorda che «di tutte le cose che le donne possono fare nel mondo, parlare è ancora considerata la più sovversiva» (Stai zitta. E altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Einaudi, 2021). Stefania Doglioli e Elena Miglietti, autrici del saggio Male-dette. Manuale di imprecazione etica. Sfogarsi con rispetto, maledire con creatività, completano il pensiero: «allora imprecare, usare la forma più “sconveniente” del linguaggio, rappresenta l’apice di questa sovversione» (Capovolte, 2025).
C’è però un confine sottile tra la liberazione e l’oppressione, ed è tracciato dalle parole che scegliamo. Il repertorio classico degli insulti italiani è un monolite di sessismo. Lo sapevate che il linguista Edgar Radtke ha contato ben 645 sinonimi di “prostituta” in italiano?
La parola “puttana” è ovunque. È un meccanismo di controllo sociale sofisticato. Non serve nemmeno che una donna faccia qualcosa di relativo all’ambito sessuale per ricevere questo insulto: basta che sia sgradita, libera, ambiziosa o fuori dagli schemi. E non riguarda solo le donne: “figlio di puttana” è un insulto grave per un uomo, ma che colpisce, ancora una volta, la madre.
La tesi di Doglioli e Miglietti è che usare insulti sessisti, razzisti o abilisti, che rafforzano il potere e lo status quo, è sottomissione e pigrizia. «Dire “puttana” nel 2025 è trasgressivo quanto indossare i jeans», spiegano. «L’insulto sessista è la zona di comfort del linguaggio che vogliamo abbattere». Colpire l’identità di una persona è un atto di deumanizzazione che possiamo evitare perfino nel momento di rabbia più cieca.
Per le due autrici, possiamo fare di meglio. Possiamo praticare un’imprecazione etica, che non è assolutamente un ossimoro, e non dev’essere per forza educata, edulcorata e poco soddisfacente. Può essere affilata e micidiale, ma sceglie il suo bersaglio con cura: critica il comportamento, non l’identità.
Per farlo, però, dobbiamo usare un talento che sembra ormai perso, almeno nell’ambito del turpiloquio: la creatività. Perché usare vecchi insulti che rinforzano il patriarcato e tutte le altre strutture di potere, dal razzismo all’abilismo, quando possiamo inventarne di nuovi? Doglioli e Miglietti, insieme alle altre 13 autrici che hanno contribuito a Male-dette, propongono alternative immaginifiche e fragorose. Invece di usare termini che denigrano il corpo femminile, il lavoro sessuale o il sacro (soprattutto le sue esponenti femminili, dalle sante alla Madonna), possiamo usare “patriarcato porco” o “figlio dell’algoritmo”.
Cliché Click: parolaccia
Cliché Click 13.11.2022, 18:45
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La mia preferita? “Morchia schifa”. «La morchia è il residuo feccioso e oleoso, ciò che resta sul fondo quando la parte vitale è stata consumata [...] è il simbolo dell’assenza, dell’inerzia, dell’aridità», spiega Doglioli. È un’imprecazione perfetta, senza tirare in ballo genere, razza, etnia o disabilità.
Il linguaggio non è destino. È uno strumento che possiamo usare per costruire il mondo in cui vogliamo abitare, non solo per descriverlo. Senza contare che avere lo spazio per esprimere la rabbia e l’aggressività senza giudizio – anche imprecando – è una condizione necessaria per il benessere mentale.
Non dobbiamo rinunciare alla forza catartica di un’imprecazione ben piazzata. Dobbiamo solo scegliere meglio le nostre parole. Dobbiamo occupare lo spazio sonoro con la stessa determinazione con cui occupiamo quello fisico.
La prossima volta che andrò a sbattere contro un mobile, o che il patriarcato mi metterà i bastoni tra le ruote, non mi tratterrò. Ma almeno sarò creativa, morchia schifa!
https://rsi.cue.rsi.ch/cultura/societa/%C2%ABNon-fare-l%E2%80%99isterica%C2%BB-alcune-riflessioni-sulla-rabbia-femminile--2136200.html




