Società

Contare tutto, capire niente

La dittatura dei dati: like, KPI e ranking. La misurazione ci rassicura, ci offre l’illusione del controllo, ma ci allontana dalla comprensione

  • 7 gennaio, 08:00
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Di: Mat Cavadini 

C’è un nuovo sovrano, che non porta corona né scettro. Porta un numero.
Anzi: è un numero.

Il suo regno è ovunque. Nel telefono che vibra, nel badge che timbri, nel report che consegni, nel post che pubblichi. È la tirannia della misurazione: like, ranking, KPI. La liturgia quotidiana del “quanto”. Non importa cosa fai, importa quanto performa. Non importa cosa senti, importa quanto converte. Non importa chi sei, importa quanto vali — e per valere devi poter essere contato.

Viviamo in un mondo che ha scambiato la precisione per verità.
Se non si misura, non esiste.
Se non si quantifica, non conta.
Se non si può mettere in un grafico, non è reale.

Eppure, tutto ciò che davvero plasma la vita — amore, bellezza, dolore — sfugge ostinatamente a ogni tabella Excel. L’amore non ha KPI. La bellezza non ha un ROI. Il dolore non ha un benchmark.

Perché l’amore non cresce in proporzione ai like.
La bellezza non si lascia ridurre a un punteggio.
Il dolore non diventa più sopportabile se lo trasformi in un indicatore di performance.

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I Like non danno la Felicità

RSI Plusvalore 20.05.2022, 12:20

La misurazione è comoda: ti dà l’illusione di controllo. È come tenere in mano una torcia in una notte senza luna: illumina un cerchio minuscolo e ti convince che il resto del mondo non esista. I numeri funzionano così. Sono rassicuranti, geometrici, puliti. Ti dicono che tutto può essere ridotto a una formula, che ogni incertezza è solo un dato mancante, che basta raccogliere abbastanza informazioni per domare il disordine.

È un modo elegante per non guardare in faccia il caos, l’ambiguità, la complessità. Elegante perché non ti obbliga a negare il caos: semplicemente lo ignora. Lo mette fuori campo. Lo trasforma in rumore statistico. La misurazione diventa una specie di anestesia emotiva: ti protegge dall’imprevedibile, dall’inspiegabile, da tutto ciò che non puoi dominare. E tu, grato, ti lasci addormentare.

Ma la vita vera è un’altra cosa. Non è un dataset pulito, è un territorio irregolare, pieno di curve, di zone d’ombra, di sfumature che nessun algoritmo sa leggere. La vita è un sentiero di montagna dopo un temporale: scivoloso, imprevedibile, bellissimo proprio perché non puoi prevederne ogni passo. È fatta di contraddizioni, di intuizioni improvvise, di emozioni che non seguono una logica lineare.

Gli algoritmi vogliono pattern. La vita offre paradossi.
I numeri chiedono coerenza. La vita risponde con eccezioni.
Le metriche cercano stabilità. La vita è un’oscillazione continua.

E allora ci aggrappiamo ai numeri come a un corrimano, convinti che ci tengano in piedi. Ma spesso è il contrario: ci impediscono di esplorare, di perderci, di cambiare direzione. Ci fanno camminare dritti quando la strada migliore sarebbe una deviazione.

Il punto non è rifiutare la misurazione. È ricordarsi che è solo una mappa, non il territorio. E che il territorio — quello vero — è fatto di cose che non si lasciano contare: un silenzio che ti commuove, una scelta difficile, un incontro che ti cambia, un dolore che non sai nominare.

La vita non chiede di essere misurata.
Chiede di essere vissuta.

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Attenti ai like!

RSI Tempi moderni 11.05.2018, 22:27

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