Società

Il dolore: da nemico ad amico

Un percorso tra evoluzione, filosofia e spiritualità per comprendere il senso nascosto della sofferenza

  • Un'ora fa
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Di: Tommaso Giacopini 

Ognuno di noi, nella propria vita, passa attraverso momenti di sconforto, tristezza, dolore. Questi tipi di sofferenza possono essere di origine fisiologica, ma molto spesso di natura emotiva, mentale, spirituale. Filosofi e saggi di ogni tempo e cultura si sono persino spinti fino ad affermare che è la vita stessa a essere sofferenza. Sorge dunque spontanea la domanda: che ragione ha, il dolore, di esistere?

L’evoluzione darwiniana

La domanda trova risposte diverse anche se unificate, a seconda del punto di vista. Inizio da quello che forse è il concetto più facile, cioè analizzando la questione da un punto di vista evolutivo darwiniano. Guardato da questa prospettiva il dolore ha l’importantissima funzione di permetterci di riconoscere un potenziale pericolo e allontanarcene. E questo, per quanto possa sembrare banale, non è un concetto da poco. Ogni animale riconosce il potenziale pericolo non solo in base alle proprie esperienze di vita – per esempio, un bimbo di due anni che fa passare la manina sulla fiamma di una candela non commetterà più lo stesso errore, avendo appreso che il fuoco, banalmente, brucia – ma anche grazie a un istinto che va al di là del proprio vissuto personale. Abbiamo per esempio una paura innata dei serpenti (potenzialmente pericolosi e mortali), dei ragni, (altrettanto pericolosi), del vuoto oltre il precipizio. La paura e il rispetto che proviamo verso tutti questi elementi, nella maggioranza dei casi, non dipendono dalle nostre esperienze dirette, ma da un istinto innato, trasmesso dai nostri antenati (o forse da vite precedenti, mi avvento a dire).

Nel caso dell’evoluzione il dolore, o piuttosto l’aspettativa del dolore, diventa dunque un importantissimo campanello d’allarme, garantendo la protezione dell’integrità del corpo. Per dirla in parole semplici, se non provassimo dolore non sopravviveremmo.

Il dolore oltre al corpo

C’è tuttavia la questione di un dolore più profondo, quella sofferenza che va al di là del corpo fisico, e che tratta invece la sfera emotiva. Un dolore che ci attanaglia da dentro, bloccando lo stomaco, tenendoci svegli la notte. Che senso ha, quest’altro tipo di dolore, di esistere e, talvolta, di governare le nostre vite?

In parte il significato di questo dolore è lo stesso di quello fisico, cioè preservarci, mantenerci in vita. Eppure spesso questo tipo di dolore diventa così dominante da controllare le nostre vite al punto da accecarci, e renderci insensibili verso le cose belle che invece abbiamo e accadono attorno a noi, e anziché proteggerci finisce per soffocarci. Può anche quel tipo di dolore avere un senso?

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Conoscere il dolore

Geronimo 12.12.2017, 11:35

Lo stoicismo: una prospettiva antica

Secondo lo stoicismo, una filosofia che ha le sue origini nell’antichità ma che è tutt’oggi al centro della vita di molte persone, il dolore è una componente essenziale della condizione umana. Questa dottrina afferma inoltre che riconoscere e accettare questa condizione è il primo passo per imparare a gestirla. Poiché il destino è per natura incontrollabile e imprevedibile, lo stoicismo invita ad accettare ogni avvenimento come inevitabile. Uno dei concetti chiave dello stoicismo è quello che noi oggi chiameremmo resilienza, cioè la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico. Secondo questa filosofia è vero il motto “ciò che non uccide fortifica” (seppure la celebre frase sia attribuita a Nietzsche, che non era propriamente uno stoico). Da questo punto di vista la sofferenza diventa un importante catalizzatore, poiché ci offre la possibilità di crescere.

Il paradosso del dolore

Questo ci fa giungere a quello che potrebbe sembrare un paradosso. Cioè il fatto che il nostro istinto di sopravvivenza interviene per prevenire le situazioni di pericolo e dolore, eppure è proprio attraverso il dolore che cresciamo, apprendiamo e diventiamo più forti e più saggi. Come far convivere questi due aspetti?

In quanto esseri umani siamo dotati dell’incredibile capacità di scelta. Possiamo osservare gli avvenimenti della vita e reagire non solo in maniera istintiva, come invece farebbe un animale, ma in modo cosciente. Abbiamo la possibilità di porre distanza tra l’azione subita e la reazione che diamo in risposta. Questo ci permette di analizzare più a fondo o, ancora meglio, di sentire la situazione, per capire quale tipo di dolore è solo dolore e quale invece rappresenta una preziosa possibilità di crescita e apprendimento. Attraverso questa analisi, e questo sentire, possiamo entrare in una profonda riflessione, che eventualmente ci porterà ad acquisire nuovi livelli di consapevolezza. In quel caso il dolore sarà stato un utile compagno di viaggio.

Possiamo riassumere questo concetto in una breve formula, per semplicità: dolore + riflessione = crescita

Diventa dunque evidente che cercare a tutti i costi di evitare il dolore, come ci verrebbe da fare seguendo il nostro istinto, non è la soluzione. La vita ha un modo tutto suo di ripetersi, di ripresentare ancora e ancora la stessa situazione fino a che non avremo imparato da essa. Che sia la vita stessa a farlo o che siamo noi a ricreare le stesse situazioni poco importa, sta di fatto che sembra proprio che le cose stiano in questo modo. L’invito del dolore, mi viene da dire, è dunque quello di passarci attraverso. Il dolore scansato, evitato, ignorato, gettato in un angolo oscuro della nostra coscienza rimane da parte e lì si accumula, fino a diventare un peso sempre più ingombrante, che ci portiamo dentro. In altre parole, per una vita ricca di significato non possiamo aggirare il dolore, dobbiamo passarci attraverso. Non possiamo aggirare i momenti difficili, dobbiamo accoglierli, affrontarli e superarli.

Il pianto stesso, è anche dal punto di vista neurologico uno sfogo importante, attraverso il quale il corpo ritrova l’equilibrio del sistema nervoso, scaricando la tensione. In altre parole, si può dire che il pianto sia il momento in cui il dolore passa dal corpo alla superficie della coscienza, così che possiamo iniziare il processo di riflessione. Il pianto rappresenta un momento di apertura, così come il grido, il gemito di dolore. Il corpo sa, e lo sa bene, di cosa abbiamo bisogno. Se ci lasciamo reagire alla sofferenza in modo naturale questa stessa reazione rappresenta la prima parte di crescita, comprensione e guarigione.

Il dolore: meno spaventoso di quanto crediamo

In fondo, in tutto quello che ho scritto fino ad ora, sembra che il dolore non sia affatto quella cosa negativa e spaventosa che spesso ci immaginiamo. Nella filosofia buddhista si utilizza il termine dukkha. Dukkha è un termine che definisce dolore, sofferenza, ma anche insoddisfazione e frustrazione. La Prima Nobile Verità del buddhismo dice proprio che nella vita c’è dukkha. La Seconda Nobile Verità ci porta a vederne le cause (a prenderne consapevolezza), e la Terza Nobile Verità ci insegna che è possibile trasformarlo e liberarsene.

In questa rubrica mi trovo spesso a fare un confronto tra Oriente e Occidente, e anche in questo caso il confronto ci è utile. In Oriente, e in particolare dall’India, c’è un rapporto diverso con le fatalità del destino, e dunque con la sofferenza. Questo concetto è espresso nel termine karma. Il karma è quella fatalità, quel dolore, quell’ostacolo che ci troviamo sul cammino, e che ci ritrova in ogni situazione, senza possibilità di scampo. Attraverso le nostre azioni, dice l’Induismo, espiamo le nostre colpe, ci purifichiamo dal karma, troviamo la liberazione. Il karma si manifesta molto spesso in forma di dolore ed esperienze che giudicheremmo come negative. Tuttavia è proprio grazie a esse che ce ne liberiamo, e dunque non sono negative per nulla.

La medicina del dolore

In Occidente siamo oggi talmente avversi al dolore che molti di noi ricorrono a rimedi non appena si abbassa un po’ il livello di comfort. Complici in gran parte anche l’industria farmaceutica, la nostra medicina si è sviluppata in modo da attutire o annientare completamente il sintomo (il dolore), così che il paziente continui a vivere la propria vita senza disturbo. Togliendo il dolore, tuttavia, si toglie la possibilità di imparare, di crescere, di migliorare la propria esistenza a un livello profondo. Questo vale tanto quanto per gli antidolorifici quanto per gli psicofarmaci.

In Svizzera, come in molti Paesi occidentali, il consumo di psicofarmaci è in costante aumento. Antidepressivi, ansiolitici e ipnotici – dai nomi ormai familiari come le benzodiazepine usate per l’ansia e il sonno – fanno parte della quotidianità di una fetta importante della popolazione adulta, con un uso cronico particolarmente diffuso nelle fasce di età più avanzate.

Questo ci dice molto sul tipo di rapporto che abbiamo con il dolore psichico, la tristezza, l’ansia. Tutte cose da cui potremmo invece imparare molto. Impedendoci l’ascolto di ciò che il corpo ci sta dicendo attraverso l’emozione suscitata, ci priviamo della possibilità di raggiungere l’origine di questo malessere e dunque della possibilità di guarigione, di miglioramento, di liberazione.

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Preoccupante aumento dell'abuso di psicofarmaci

Il Quotidiano 30.05.2023, 19:00

Un amico prezioso

Il dolore, per terminare, non è un errore di progettazione nella vita umana. È uno dei suoi linguaggi. A volte è un urlo, a volte un pianto, a volte un peso silenzioso che si accumula a nostra insaputa. Nel mondo contemporaneo e ipermedicalizzato possiamo spegnerne ogni segnale non appena compare, oppure possiamo accettare il suo invito e avvicinarci ad esso, farcelo amico, accettarlo e accoglierlo. Ascoltarlo.

Questo non significa né glorificare la sofferenza né tantomeno andarla a cercare. Non significa nemmeno rifiutare in blocco aiuti medici (che nell’urgenza sono di grande aiuto), ma possiamo cercare, nell’ordinario della nostra vita, di rimanere più presenti con i nostri acciacchi, più comprensivi verso le nostre tristezze, frustrazioni, malinconie. Più aperti verso il nostro viaggio.

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