Il 26 gennaio 1926, in un laboratorio che oggi sembrerebbe uscito da un romanzo di fantascienza rétro, John Logie Baird mostrò al mondo qualcosa che non aveva ancora un nome definitivo, né un destino chiaro, né un pubblico pronto. Una sagoma tremolante, pochi centimetri di volto umano, trasmessa a distanza: la prima dimostrazione pubblica di televisione. Nessuno, quel giorno, poteva immaginare che quell’immagine sfocata avrebbe finito per colonizzare il Novecento e buona parte del secolo successivo. Eppure era tutto lì, in quel fantasma luminoso: la promessa di un nuovo modo di guardare, e forse di essere guardati.
La televisione nasce così, quasi per sbaglio, come molte invenzioni che cambiano il mondo: un esperimento tecnico che diventa un fatto culturale. Baird non stava fondando un’epoca, stava solo cercando di far funzionare un marchingegno. Ma la storia non ha bisogno di intenzioni: le basta un’immagine che si muove.
Da allora, la TV ha fatto quello che nessun altro medium aveva osato: entrare nelle case senza bussare, sedersi sul divano, diventare un membro aggiunto della famiglia. Ha insegnato a milioni di persone come si parla, come si veste, cosa si desidera. Ha creato miti, linguaggi, tic, memorie condivise. Ha unito e diviso, informato e manipolato, consolato e annoiato. È stata tutto e il contrario di tutto, spesso nello stesso palinsesto.

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RSI Archivi 21.11.1968, 00:00
Eppure, a cento anni dalla sua nascita, la televisione vive una strana condizione: è ovunque e allo stesso tempo sembra sempre sul punto di scomparire. Le piattaforme la imitano, la cannibalizzano, la superano; i social la smontano in clip da trenta secondi; gli algoritmi la trasformano in un flusso personalizzato che non ha più bisogno di orari né di conduttori. Ma la TV, quella vera, continua a resistere. Non per nostalgia, ma per una sua ostinata capacità di creare momenti collettivi, anche quando tutto spinge verso l’individuale.
Forse è questo il suo segreto: la televisione non è mai stata solo tecnologia. È stata un modo di stare insieme, anche quando non avevamo nulla da dirci. Un fuoco attorno al quale radunarsi, anche se il fuoco era un tubo catodico che scaldava poco e sfarfallava molto. Oggi quel fuoco è diventato uno schermo piatto, luminoso, iperdefinito. Ma la domanda è la stessa di allora: cosa vediamo, quando guardiamo la televisione? E soprattutto: cosa vede la televisione di noi?
Cent’anni dopo quella prima immagine tremolante, la TV continua a fare ciò che ha sempre fatto: riflettere il mondo, distorcerlo, amplificarlo, semplificarlo. È un medium imperfetto, spesso ingombrante, a volte irritante. Ma è anche un archivio di emozioni, un dispositivo di memoria, un pezzo di storia che continua a pulsare.
Forse, alla fine, la televisione non è mai stata davvero un apparecchio. È stata — ed è ancora — un modo di guardare il tempo che passa. E di farci passare dentro.
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