Chi sono i Groenlandesi?

L’isola che il mondo guarda e non vede

La Groenlandia tra pressioni geopolitiche, miniere contese, clima che accelera e modernità che travolge. Un Paese osservato da tutti, compreso da pochi, in bilico tra apertura e perdita

  • Oggi, 07:30
Groenlandia
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Di: Alphaville/Mat 

La Groenlandia torna ciclicamente al centro del mondo, ma quasi mai per ciò che è. Le mappe la mostrano come un vuoto bianco, un altrove remoto su cui proiettare ambizioni, strategie, appetiti. Eppure, sotto quella superficie glaciale, c’è un Paese che non coincide con la narrazione che lo circonda. Un luogo abitato da comunità che da secoli cercano un equilibrio tra isolamento e contatto, tra identità e pressione esterna, tra continuità e trasformazione.

Le parole che arrivano da fuori non aiutano. Quando un presidente americano afferma «abbiamo bisogno della Groenlandia per questioni di sicurezza nazionale», l’isola diventa improvvisamente un oggetto, un tassello da spostare sulla scacchiera. Ma l’effetto è l’opposto: la comunità si compatta, rivendica la propria distanza, risponde con un netto «noi non vogliamo essere statunitensi», come ricorda Leonardo Parigi, analista geopolitico, divulgatore e fondatore dell’Osservatorio Artico (al microfono di Matteo Ongaro e Barbara Camplani in Alphaville). È un rifiuto che non nasce dall’ostilità, ma dalla consapevolezza di essere già abbastanza esposti, già abbastanza osservati.

Leonardo Parigi aggiunge che «l’Artico è diventato un luogo dove tutti vogliono entrare, ma pochi vogliono capire». È una frase che condensa l’intero paradosso: un territorio che il mondo desidera, ma non ascolta. Un luogo che viene interpretato come risorsa, mai come comunità.

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Chi sono i Groenlandesi?

Alphaville 19.01.2026, 12:05

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  • Matteo Ongaro e Barbara Camplani

La Danimarca, intanto, non può permettersi di perdere ciò che l’ha trasformata da periferia europea a piccola potenza dell’Artico. La relazione è antica, complessa, piena di ambiguità. Non c’è rancore aperto, ma una lunga scia di dipendenze, protezioni, omissioni. E un pragmatismo che attraversa la vita quotidiana. La colonizzazione non è più un fatto, è un’infrastruttura.

Intanto, la modernità arriva come una frattura. La miniera di uranio e terre rare a Narsaq, promessa come sviluppo, si rivela un detonatore. La concessione firmata con società legate alla difesa cinese, le proteste, la caduta del governo locale, l’ascesa degli ecologisti: tutto accade in un tempo breve, troppo breve per un territorio abituato a ritmi lenti. Le contraddizioni emergono in superficie: manager danesi, investitori stranieri, comunità divise, un villaggio di 1500 abitanti che in un anno piange otto adolescenti.

La Groenlandia è un luogo dove il cambiamento climatico non è un concetto, ma un’esperienza. L’Artico si scalda quattro volte più velocemente del resto del pianeta. Le estati diventano più lunghe, il turismo esplode, le navi da crociera arrivano come città galleggianti. Alle Svalbard, 300.000 persone in un anno: più di quante le infrastrutture possano sopportare. L’isola osserva e teme di diventare la prossima destinazione da consumare.

Gli aeroporti nuovi — quello di Nuuk inaugurato nel 2024, altri in arrivo — aprono corridoi che prima non esistevano. Sei voli settimanali da New York, un flusso che porta possibilità e inquietudine. Gli Inuit parlano di aprire la loro nazione a nuove idee, a nuove connessioni, ma sanno che ogni apertura ha un prezzo. L’economia globale non entra mai in punta di piedi: può «distruggere o quanto meno frammentare» il tessuto sociale, dicono gli analisti.

L’immigrazione cresce. Filippine, Thailandia, Cina: comunità che arrivano per lavorare nel turismo, nella ristorazione, nei servizi. Non c’è ostilità, ma un senso di spostamento continuo, come se l’isola stesse cambiando pelle più velocemente di quanto la sua cultura possa assorbirlo.

La Danimarca difende i propri interessi, l’Europa predica autodeterminazione e poi ricorda la proprietà dell’isola, gli Stati Uniti allontanano la Cina chiudendo progetti già avviati. La geopolitica si muove sopra la testa di 57.000 persone, il 90% Inuit, eredi di una storia che non ha mai avuto bisogno di confini per esistere.

Eppure, nonostante tutto, non c’è desiderio di immobilità. Le comunità locali non vogliono «vivere in un museo», dice Marzio Mian, giornalista, scrittore e co-fondatore del progetto non profit The Arctic Times. (al microfono di Matteo Ongaro e Barbara Camplani). Vogliono evolvere, trasformarsi, rischiare. Ma la modernità che arriva è rapida, affamata, incompatibile con un modo di pensare antico e complesso. È un’onda che avanza, e che molti temono possa travolgere ciò che resta.

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