Da quando esiste la comicità come forma artistica, ci si chiede quali siano i suoi limiti. Questa ricerca non è un’esclusiva della comicità: ogni espressione creativa passa al vaglio di tentativi di definizione e limitazione del suo campo d’azione. Ci si chiede cosa sia l’arte visiva, cosa renda la letteratura degna di questo nome, quali le differenze tra le decine di immagini che ognuno di noi produce quasi quotidianamente e una foto d’autore. Eppure, nel caso della comicità la domanda sembra essere posta più spesso, soprattutto in tempi recenti. Ma perché?
I confini della comicità
Forse la risposta dipende dal fatto che la comicità spesso si nutre di limiti, per ottenere la risata. Nel suo spettacolo del 2020 Intolerant, il comico australiano Jim Jefferies concentra una buona parte della performance proprio sul concetto di “confini” in comicità. La sua tesi è che chi lavora in questo ambito ci si debba confrontare continuamente: con il confine tra ciò che è socialmente accettato e ciò che non lo è, con il confine tra quello che sarebbe giusto dire e l’inappropriato, tra il dileggio e l’offesa.
Questo porta a due problemi. Il primo è che, muovendosi costantemente in una zona di confine, il comico corre il rischio di commettere errori e superare alcuni limiti comunemente accettati. Il secondo è che i confini stessi non sono definiti e immutabili – dipendono dal contesto storico, culturale e sociale in cui sono inseriti, oltre che dalla sensibilità personale degli spettatori.
Capita di continuo – e non solo nella comicità – di osservare con occhi contemporanei produzioni del passato e chiedersi come fossero possibili alcune rappresentazioni che oggi troveremmo inaccettabili e offensive. L’unica ragione è che la nostra sensibilità è cambiata insieme al contesto sociale e culturale nel quale ci muoviamo. E allora viene da chiedersi quali siano i motivi per i quali la comicità si muova su un terreno così scivoloso e instabile per trovare il proprio materiale.
Gli ingredienti di base della comicità: tensione e sorpresa
Immaginiamo per un attimo un uomo primitivo che sta cacciando in un bosco. È solo, armato di un bastone a cui ha affilato la punta. È la prima volta che si avventura così in profondità tra gli alberi, non conosce quella parte del bosco. Un rumore di foglie dietro di lui lo fa sobbalzare. Si getta di scatto dietro un cespuglio. Le orecchie gli si riempiono dei battiti del proprio cuore. Ansima. Vede dei rami che si muovono. Indietreggia. Stringe tra le mani il bastone, cercando di controllare il tremito che gli percorre i muscoli. Poi da dietro il cespuglio appare un gattino. L’uomo primitivo sente la tensione svanire. E ride.
È una storiella stupida, che però esemplifica quello che per molti autori è il nucleo della comicità: il rapporto tra tensione e rilascio. L’uomo primitivo della storia teme che ci sia una creatura misteriosa pronta ad attaccarlo, rendersi conto che la minaccia che percepiva in realtà non esiste provoca in lui un rilascio di tensione, attraverso la sorpresa (il fatto che la creatura sia un gattino e non un predatore) che a sua volta genera la risata. È ovviamente semplicistico e non spiega l’interezza dei motivi che ci possono portare a ridere, ma è, secondo molti teorici, uno dei principali.
A questo punto diventa più chiaro perché i comici si avventurino nelle zone di confine e cerchino di sondarne i limiti: per cercare la tensione. La battuta dovrebbe, nell’ideale, essere la sorpresa che ci aiuta a smorzare quella tensione e, di conseguenza, a ridere.
Nel 2017 un’altra comica australiana ha portato in scena alla perfezione uno spettacolo su questo tema: Hannah Gadsby con il suo Nanette. Nella prima parte della performance, Gadsby racconta aneddoti legati alla sua omosessualità, sviscerati attraverso la lente della comicità. Poi però annuncia al pubblico che non vuole più indorare la pillola: non ha intenzione di alleviare quella tensione. Da quel momento lo spettacolo diventa auto-narrativa della sofferenza che quelle stesse esperienze le hanno provocato. Senza la comicità il dolore rimane dolore.
Si può ridere di tutto, ma non con tutti
Ognuno di noi sa che, nella vita di tutti i giorni, la decisione di cosa sia adeguato o meno dire dipende dal contesto. È una realtà che accettiamo e che fa parte del vivere in una comunità: non usiamo lo stesso linguaggio con i nostri amici, le istituzioni e i colleghi di lavoro. La nostra comunicazione si adatta in base al ruolo sociale che interpretiamo in una data situazione.
Per un comico professionista le cose non sono in fondo molto diverse. Anche chi lavora con la comicità cerca, nel limite del possibile, di adeguare il proprio prodotto al contesto – con una differenza fondamentale però: il ruolo sociale è sempre lo stesso, ovvero quello del comico.
Nel suo libro Comedy Writing for Late-night Tv, il vincitore di quattro Emmy Awards Joe Toplyn dedica una sezione al materiale che può essere considerato ammissibile o inammissibile in uno spettacolo comico televisivo. Non è tanto una questione di censura, quanto una questione di pubblico: la pluridecennale esperienza dei late night show ha permesso ai loro autori di prevedere quali temi possono scatenare delle reazioni negative nel pubblico. La morale non c’entra: c’entrano gli sponsor.
Uno dei consigli presenti nel libro è di cercare di colpire chi comunemente è visto responsabile di una data situazione, e cercare di evitare di colpire chi è percepito come una vittima. Per esempio, secondo l’autore, è rischioso colpire chi ha una disabilità dalla nascita. È invece comunemente accettato farlo con chi ha dei problemi dovuti all’alcolismo, perché gli vengono imputate delle responsabilità per la sua situazione.
Rimane centrale il tentativo di muoversi su un confine mutabile, come detto in precedenza, ma ci dà un indizio importante: la comicità televisiva cerca spesso di assecondare quello che è il pensiero comune, quella che è l’opinione della maggioranza. Se ci chiedessimo se si può ridere di tutto in televisione, la risposta sarebbe quindi probabilmente no.
Non stupisce perciò che chi vedeva nella televisione un limite per la comicità e per la libertà artistica abbia scelto, nel corso della storia, di prendere la via degli spettacoli dal vivo. Una soluzione perfetta, o almeno così sembrava.
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La morte dei live
C’è un paradosso, una sorta di cortocircuito che negli ultimi vent’anni ha portato gli spettacoli comici a essere sempre più visti e discussi, ma forse anche meno capiti. Se un tempo gli spettacoli dal vivo erano una sorta di luogo protetto per la comicità, oggi quell’isola felice di libertà è sempre più a rischio.
La pubblicazione dei comedy special (spesso di loro estratti) sui social network ha da una parte dato una visibilità mai vista prima al genere, e dall’altra ne ha modificato la natura più profonda. Per tornare alla questione del contesto: nell’epoca pre-social, per vedere uno spettacolo comico dovevi andare a comprare i biglietti e presentarti in un luogo fisico, oppure potevi acquistare il cd o la videocassetta. Tutte queste azioni prevedevano un punto in comune: sapevi che tipo di prodotto stavi per consumare. Magari non eri per forza un amante del comico che si esibiva, ma sapevi che quello che andavi a vedere era uno spettacolo comico. In sala si creava un gruppo di individui che si ritrovavano per vedere una persona fare una determinata cosa. C’era una sorta di tacito contratto tra l’artista e il pubblico e una predisposizione a un momento comunitario particolare.
Coi social è diverso: il video di un comico ti può apparire sullo schermo anche se non lo stai cercando e non conosci il suo lavoro. Non è detto che in quel momento tu sia predisposto a ridere, non è nemmeno detto che tu capisca quello che sta succedendo in quel video e perché una persona stia dicendo determinate cose. Questo crollo del contesto porta a un rischio altissimo di incomprensioni. Se ci aggiungiamo la tendenza intrinseca al genere, vista in precedenza, di giocare con la tensione, risulta davvero facile che il contenuto del video, orfano di un contesto, generi discussioni.
In una situazione del genere è anche difficile attribuire delle responsabilità per questa situazione. È oltremodo semplicistico dire che chi interpreta in maniera parziale quello che vede abbia torto a prescindere, che sia una persona senza umorismo o un nemico della libertà di parola. Hannah Gadsby ci ha insegnato che tolta la comicità il dolore è dolore, e se provi dolore e non ti è chiaro il contesto faccio onestamente fatica ad attribuirti delle colpe per le tue reazioni.
D’altra parte, è scorretto chiedere alla comicità di smettere di sondare i confini e i limiti del nostro tempo.
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Conosci te stesso
La celebre frase iscritta sul fronte del tempio di Apollo a Delfi è la chiave della discussione. Credo che la tendenza della comicità (ma non solo) di muoversi sempre sul filo del rasoio e di continuare a farci chiedere quali siano i suoi limiti, sia antropologicamente importante. Perché nel farlo ci mette davanti a uno specchio, in cui ognuno di noi può capire meglio quali sono le sue reazioni istintive riguardo a un dato argomento. Perché la risata è spesso istintiva, come il sollievo dell’uomo primitivo che vede il gattino, ma in sé può nascondere una chiave di analisi per scoprire sé stessi e gli altri.
Quindi forse più che chiedersi su cosa si possa scherzare e su cosa no, cosa sia divertente e cosa no, varrebbe la pena porsi altre domande. Perché questa cosa mi fa ridere? E perché invece non fa ridere quest’altra persona? Che effetto gli o le fa?
Io nella comicità vedo questo: un modo per allentare la tensione. E se la risata non riesce a farlo, se il comico non riesce a farci ridere, forse possiamo provare comunque ad alleggerire la tensione con il dialogo. Magari ci scopriremo meno diversi di quanto pensiamo.
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