Equilibri fragili

Là dove la natura ritorna (e ci aspetta)

Un viaggio nelle selve ticinesi per capire come fauna, boschi ed esseri umani stiano cambiando insieme

  • Un'ora fa
Arco alpino
  • Imago Images
Di: Laser/EBo 

Seguendo la via tracciata da Baptiste Morizot, che invita a “inforestarsi” e ad ascoltare i segnali del selvatico dietro casa, nascono incontri che rimettono in discussione le nostre certezze. È ciò che accade camminando con due biologi che vivono il territorio ogni giorno, osservando come fauna e flora stiano tornando – o arrivando per la prima volta – in un Ticino che muta con sorprendente rapidità.

A Lodano, tra fiumi, boschi e il passo silenzioso del suo cane, Federico Tettamanti, direttore dello Studio Alpino, distingue con chiarezza ciò che spesso confondiamo: «Il ritorno avviene quando una specie era presente e ricomincia ad aumentare. La reintroduzione, invece, è ripartire da zero, dopo che l’abbiamo estinta noi». È il caso della lince, reimmessa negli anni Settanta, oggi alle prese con problemi di “bottleneck” genetico che richiedono nuovi inserimenti.

Non sempre, però, a tornare sono gli stessi animali del passato. «Arrivano nuove specie che non erano mai state presenti da noi», spiega ancora Tettamanti. «Il riscaldamento climatico e la trasformazione del territorio aprono loro nuove porte». La genetta, ad esempio, si sta spostando dal Mediterraneo verso nord, trovando nel Ticino un ambiente adatto.

La genetta è arrivata in Svizzera

La genetta è arrivata in Svizzera

  • wikipedia/zoo Varsavia

La narrazione si sposta poi a Bioggio, in una selva sospesa tra autostrada e mondo selvaggio. Qui Silvia Gandolla, biologa del WWF responsabile per grandi carnivori e agricoltura rigenerativa, mostra come l’abbandono delle zone collinari abbia permesso alla foresta di riconquistare spazio: «Negli anni ’80 si correva liberamente tra i filari. Oggi i vigneti devono essere protetti da reti perché caprioli, cervi e persino i tassi tornano a cercare uva».

È un ritorno reso possibile da scelte economiche e sociali: la meccanizzazione dell’agricoltura ha spinto le coltivazioni verso i piani, lasciando spazio all’avanzare del bosco. E dove torna il bosco, tornano gli ungulati. E dove tornano gli ungulati, tornano i predatori.

Tra erba verde in dicembre, impronte fresche e alberi caduti, appare evidente un’altra realtà: il cambiamento climatico accelera ogni processo. «Le specie non hanno più il tempo di evolversi per adattarsi», osserva Gandolla sotto un vecchio casolare medievale ormai invaso dalle radici e abitato da un tasso. Quel luogo, a pochi metri dall’autostrada, è la prova tangibile di come l’uomo abbia sempre lasciato tracce nel paesaggio, anche dove oggi ci sembra selvaggio.

Il ritorno della lontra, legata alla qualità dell’acqua, o la reintroduzione del castoro – capace di “rinaturare un fiume in due o tre anni” – raccontano un parziale cambio di mentalità. «Ogni specie occupa un tassello dell’ecosistema. Se manca, un ingranaggio non funziona», ricorda Tettamanti. Ma aggiunge con lucidità: «Alla fine siamo sempre noi che dobbiamo dare una mano, perché occupiamo troppo territorio».

Forse è questo il punto più delicato di tutti: il rapporto fra responsabilità, desiderio di riparazione e limiti dell’intervento umano. «Sì, c’è anche un po’ di romanticismo», ammette Tettamanti, «ma dopo aver estinto certe specie, era nostro dovere rimetterle».

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Laser 16.01.2026, 09:00

  • Ti-Press / Francesca Agosta
  • Valentina Grignoli
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