La cassettiera Malm è stata per anni uno dei mobili più venduti e riconoscibili di Ikea. Per molti ha significato qualcosa di più di un semplice complemento d’arredo: la prima stanza da studente, il primo appartamento in affitto, un trasloco affrontato con pochi soldi e molta praticità. Per questo la decisione di ritirarne gran parte delle varianti entro il 2027 ha suscitato reazioni nostalgiche tra molti clienti.
Al di là dell’affetto per un prodotto diventato familiare, però, la fine di una delle linee simbolo del marchio accende i riflettori su una questione più ampia: il modello della fast furniture e il suo impatto ambientale.
Dai vestiti ai mobili: la logica del consumo usa e sostituisci
Negli ultimi anni si è parlato molto degli effetti della fast fashion, ma meno attenzione è stata dedicata alla sua equivalente domestica. La fast furniture segue la stessa logica: prezzi accessibili, produzione su larga scala e ricambio costante dei prodotti.
L’addio a Malm è emblematico. Ikea spiega che serve fare spazio a nuove linee. Da un punto di vista commerciale è una scelta comprensibile. Ma dal punto di vista ambientale emerge una domanda: perché sostituire un prodotto ancora richiesto dal mercato?
Il rischio è trasformare il mobile da bene durevole a oggetto di consumo temporaneo, alimentando una cultura dell’acquisto in cui la novità diventa più importante della longevità.
Un costo ambientale nascosto
La fast furniture ha un impatto che va ben oltre le pareti di casa. Per alimentare la produzione di milioni di mobili economici vengono utilizzate grandi quantità di legno, metalli, plastiche e materiali compositi. Molti prodotti sono realizzati con pannelli in truciolare o MDF, economici ma spesso difficili da riparare e riciclare.
A questo si aggiungono le emissioni legate alla produzione industriale e al trasporto lungo filiere globali. Il paradosso è evidente: un mobile progettato per essere economico può avere un costo ambientale molto più elevato di quanto suggerisca il prezzo esposto in negozio.
Il problema delle discariche
L’aspetto più critico riguarda però la fine del ciclo di vita dei mobili. Negli Stati Uniti vengono scartate oltre 12 milioni di tonnellate di mobili ogni anno e circa l’80% finisce in discarica. Il tasso di riciclo resta basso, anche perché molti prodotti sono composti da materiali difficili da separare e recuperare.
Quando un armadio o una cassettiera vengono sostituiti non perché siano rotti ma perché superati da una nuova collezione, il confine tra necessità e consumismo diventa molto sottile.
La nostalgia suscitata dall’uscita di scena di Malm offre però una lezione interessante. Dimostra che le persone continuano ad attribuire valore alla durata degli oggetti e alla stabilità degli spazi domestici.
Materassi col pacco / Ikea, signore delle foreste
Patti chiari 05.04.2024, 21:10
La sostenibilità non basta se non cambia il modello
Negli ultimi anni Ikea ha investito in materiali certificati, programmi di riacquisto dell’usato e iniziative per favorire il riuso. Sono passi importanti, ma il nodo resta il modello economico.
Un mobile può essere prodotto in modo più sostenibile, ma se viene sostituito dopo pochi anni il beneficio ambientale si riduce. La vera sfida non consiste soltanto nel produrre meglio, bensì nel far durare più a lungo ciò che viene prodotto.
Il futuro del settore potrebbe quindi passare da mobili modulari, componenti sostituibili, maggiore riparabilità e un mercato dell’usato più sviluppato. In altre parole, da un modello più circolare e meno dipendente dalla continua sostituzione dei prodotti.
L’uscita di scena di Malm evidenzia la contraddizione di un settore che parla sempre più di sostenibilità ma continua a basare la crescita sul rinnovo costante delle collezioni. Il problema riguarda un intero sistema che continua a considerare il ricambio come il principale motore del consumo.
Forum des idées, RTS, 04.07.2026, ore 18



