Vlog, reportage, storie: Spam racconta in video di 7-10 minuti il mondo dei giovani della Svizzera italiana a 360 gradi. Tutte le puntate sono disponibili su PlayRSI.
Tutti tatuati, tutto tatuato. Fino a qualche anno fa la tendenza sembrava questa no? Con il tatuaggio ormai completamente sdoganato, la domanda non era più “ti faresti un tattoo?”, ma “quale tattoo ti farai?”. La rivincita di quello che era un marchio di ribellione, finalmente sdoganato, aperto, legittimato, addirittura trasformato in vezzo.
Oggi, però, basta entrare in uno studio di tatuaggi – o semplicemente guardarsi intorno – per avere una sensazione diversa. Il tatuaggio non è sparito. Ma sembra aver cambiato pelle.
I tatuaggi grandi sembrano meno presenti rispetto a qualche anno fa, che siano old school sparsi su tutto il corpo o classici full body giapponesi, sembrano essere fuori dal radar. Al loro posto spuntano tatuaggi piccoli, linee sottilissime, dettagli quasi invisibili, il cosiddetto stile fine line. E chi decide di coprirsi un braccio con un giapponese da cinquanta ore di lavoro spesso lo fa perché è un vero appassionato, non perché è la moda del momento.
È solo un’impressione? Le statistiche raccontano cose interessanti. Secondo un’indagine del Pew Research Center, il 32% degli adulti americani ha almeno un tatuaggio e otto persone su dieci ritengono che la società sia diventata molto più aperta verso chi è tatuato rispetto a vent’anni fa. È forse questo il punto.

Il tatuaggio ha vinto. Per decenni era il simbolo del ribelle. Del marinaio. Del biker. Del punk. O di chi voleva dire al mondo: “Io sono diverso.”
Poi è successo qualcosa. Il tatuaggio è entrato negli uffici, nelle scuole, in televisione, nelle aziende. Ce l’hanno gli influencer, i calciatori, gli insegnanti, i medici, il vicino di casa e magari anche tuo padre. Quando una cosa diventa normale, smette automaticamente di essere trasgressiva.
Anche i numeri sembrano raccontare questa trasformazione. Le rilevazioni di Ipsos e Statista mostrano come il grande boom abbia riguardato soprattutto i Millennials, la generazione cresciuta tra gli anni Novanta e Duemila. La Generazione Z continua a tatuarsi, ma non esistono prove che stia vivendo la stessa corsa collettiva vista dieci o quindici anni fa.
Più che diminuire, il tatuaggio sembra essersi normalizzato. E forse come tutte le mode, anche questa ha iniziato a perdere un po’ di spinta.
Nel frattempo è cambiata la società e sono cambiate anche le priorità. Un tatuaggio importante costa parecchio. E in una generazione che deve fare i conti con affitti sempre più alti, premi della cassa malati, precarietà e stipendi che arrivano tardi, spendere mille franchi per una schiena intera non è una decisione da prendere alla leggera.

Ma forse c’è anche qualcosa di più profondo.
La Generazione Z è cresciuta in un mondo dove tutto cambia velocemente: lavori, città, relazioni, identità. Fare una scelta permanente richiede probabilmente più riflessione. Non è, quindi, un caso il fatto che stiano vivendo un momento di enorme successo i micro tattoo e il fine line: tatuaggi più discreti, più personali, meno appariscenti (anche facilmente copribili). Una tendenza raccontata anche da molti studi di tatuaggi e osservatori del settore.
Ed è qui che il tatuaggio diventa interessante dal punto di vista culturale. Forse non sta passando di moda. Sta semplicemente smettendo di essere una moda.
https://rsi.cue.rsi.ch/rete-due/programmi/cultura/alphaville/Dossier-%E2%80%9CCorpi-indelebili%E2%80%9D--2117792.html




