Io, a dire il vero, di anni ne ho ancora ventotto. Eppure, mi sento già dentro quel limbo tipico della fine dei vent’anni: non sei più davvero “nei venti”, ma non sei ancora arrivata ai trenta. Una terra di mezzo sospesa, in cui qualcosa cambia prima ancora che accada. Perché sì, a ventotto anni la pressione dei “fatidici trenta” si fa sentire - e avanza veloce, quasi ostinata.
Lo so, può sembrare un po’ drammatico. Ma alla mia età i miei genitori avevano già due figlie ed erano sposati da qualche anno. Io, invece, i figli fatico un po’ a immaginarli, e il matrimonio non rientra nei miei piani a breve. Non è una confessione inedita: è una sensazione diffusa. Se ne parla, forse, ma non abbastanza in profondità. Quanto ci sta cambiando questo slittamento dei tempi, delle aspettative, delle traiettorie?
Siamo quelli che chiamano “Zillennials”: nati a cavallo tra millennials e generazione Z. Una definizione utile, ma anche un po’ scomoda. Non ci sentiamo davvero parte dei più giovani - quelli nati nel 2008, per capirci, con il loro linguaggio fluido e rapidissimo, fatto di reference social che a volte ci sfuggono. Ma nemmeno ci riconosciamo pienamente nella bolla millennial. Siamo un passaggio, più che una categoria.
La nostra infanzia è stata analogica quel tanto che basta: videocassette, DVD, CD. Poi, nel giro di pochi anni, siamo passati all’iPod, e subito dopo agli smartphone. Abbiamo conosciuto un mondo più lento, ma siamo cresciuti dentro un’accelerazione continua. Siamo abbastanza “vecchi” da provare nostalgia, ma abbastanza giovani da vivere pienamente, nel bene e nel male, le conseguenze della trasformazione digitale.
Il boom dei social è arrivato proprio durante la nostra prima adolescenza. Non c’erano ancora gli anticorpi che oggi diamo per scontati: si parlava poco di cyberbullismo, ancora meno di body positivity, e le piattaforme erano spazi quasi senza regole. Ci siamo trovati lì, in prima linea, a imparare mentre tutto si costruiva, o si scomponeva.
Il disagio psichico e la Gen Z
Modem 31.03.2026, 08:30
Contenuto audio
Potrei continuare con l’elenco: la pandemia, l’irruzione dell’intelligenza artificiale, un mondo del lavoro in continua ridefinizione. Ma rischierei di scivolare nella retorica generazionale del “siamo stati i più sfortunati”. Più semplicemente, siamo stati - e siamo - una generazione di passaggio, cresciuta in un momento storico che ha rimesso in discussione molti sistemi di riferimento.
Basta guardare al contesto più vicino. In Svizzera, e in particolare in Ticino, l’ingresso nell’età adulta per chi si avvicina ai trent’anni è spesso più fragile di un tempo. Soprattutto per chi ha scelto percorsi universitari lunghi, e si trova poi ad affrontare un mercato del lavoro che offre accessi tardivi e condizioni iniziali precarie. È un fenomeno che tocca in modo particolare le discipline umanistiche e sociali, ma non solo. E si intreccia, inevitabilmente, con un contesto economico più instabile e con costi della vita sempre più elevati.
In mezzo a tutto questo si colloca anche la sfera affettiva. Le generazioni più giovani stanno ridefinendo il modo di stare insieme: concetti come poliamore o coppie aperte non sono più marginali, ma parte di una conversazione più ampia sulle relazioni. Da un lato è un cambiamento liberatorio, perché smonta modelli rigidi e spesso segnati da dinamiche ormai superate. Dall’altro, siamo ancora in una fase sperimentale, senza veri esempi alle spalle. E muoversi in questo scenario, tra app di dating e nuove forme di intimità, non è sempre semplice.
La realtà, però, è che i percorsi si moltiplicano. Ho amiche coetanee felicemente madri da poco, altre che vorrebbero una vita più “classica” ma non trovano le condizioni materiali per costruirla, e altre ancora che vivono il presente senza alcuna intenzione di pianificare. Tre traiettorie diverse, tutte legittime, spesso dentro lo stesso gruppo.
Allora chi sono oggi i (quasi) trentenni? Forse un insieme disomogeneo: un po’ eterni adolescenti, un po’ sognatori, a volte disillusi. Di certo, mai come oggi i trent’anni sono stati così aperti, incerti, attraversati da dubbi ma anche da possibilità nuove. Un’età meno definita, e proprio per questo, forse, più libera - anche se non sempre più semplice.





