La promessa di poter dimenticare - anche solo per una notte - il senso di inadeguatezza, la solitudine profonda, la vergogna e l’omofobia interiorizzata. E insieme a tutto questo, il bisogno di sentirsi finalmente parte di un gruppo, accolti senza giudizio. È in questa miscela emotiva che si radica il chemsex, fenomeno sotterraneo della comunità gay che da anni preoccupa specialisti e continua a mietere vittime invisibili nel silenzio collettivo. La pratica consiste nell’assunzione volontaria di sostanze psicoattive in contesti sessuali, spesso di gruppo, per amplificare il piacere, ridurre l’ansia e prolungare la prestazione. Le sostanze più diffuse – metanfetamine, mefedrone, GHB/GBL, insieme a ketamina, cocaina, popper e viagra – non sono scelte a caso: modificano emozioni, percezione del corpo e senso di connessione. I rischi di avere rapporti non protetti, dipendenza psicologica e overdose (e solo per citarne alcuni) sono alti.
Nelle grandi città europee – e sempre più spesso anche in Svizzera – il chemsex sta emergendo come una delle questioni più delicate e meno raccontate della salute pubblica contemporanea. Non è una moda, né un vizio da cronaca nera. È un sintomo che parla di ferite emotive, di stigma, di una ricerca disperata di connessione. E riguarda soprattutto uomini che hanno rapporti con uomini, una comunità che ancora oggi vive in una tensione costante tra visibilità e vulnerabilità.
In Svizzera, i Checkpoint di Zurigo e Ginevra registrano da anni un aumento delle richieste di aiuto legate al chemsex. Gli Hôpitaux Universitaires de Genève, nel 2026, hanno aperto la prima consultazione ospedaliera dedicata, definendo il fenomeno « un chiaro tema di salute pubblica». Molti uomini raccontano che il chemsex non serve a divertirsi di più, ma a sentirsi finalmente liberi dal giudizio, dalla paura, dalla pressione di dover incarnare un modello di mascolinità che non lascia spazio alla fragilità. Diversi studi coordinati dal ricercatore Adam Bourne mostrano infatti come il chemsex possa generare un senso immediato di appartenenza, un legame che molti non riescono a trovare altrove.

Per capire davvero il chemsex bisogna guardare oltre la sostanza. Bisogna guardare alla società. Il modello del minority stress, teorizzato dallo psicologo Ilan Meyer nel suo studio Prejudice, Social Stress, and Mental Health in Lesbian, Gay, and Bisexual Population descrive lo stress vissuto dalle persone LGBTQ+ come un carico aggiuntivo e costante che si accumula nel corpo e nella mente. Non si tratta di fragilità individuale, ma dell’effetto di un ambiente che espone a discriminazione, rifiuto, ipervigilanza, vergogna interiorizzata. Quando la sessualità è stata per anni un luogo di paura o di segretezza, il corpo impara a vivere l’intimità come un territorio minato: l’ansia sale, la spontaneità si spegne, la vulnerabilità diventa un rischio. In questo contesto, le sostanze non appaiono come un capriccio, ma come un regolatore emotivo. Lo psicologo Walt Odets, nel suo saggio Out of the Shadows, osserva che molti uomini gay non cercano tanto il piacere quanto un sollievo dal peso della solitudine e della vergogna.
Il sollievo, però, è immediato, ma fragile. Quando l’effetto svanisce, tornano la solitudine, la vergogna, la sensazione di non essere abbastanza. Il contrasto tra l’euforia della sessione e il ritorno alla quotidianità può essere devastante. È qui che nasce il ciclo compulsivo: tensione, sostanza, sollievo, crash, nuova tensione. Un ciclo che non parla di debolezza, ma di bisogno. E che racconta molto più della persona che lo vive: racconta la società che lo rende necessario.
Raccontare il chemsex senza giudizio significa riconoscere che non è un problema individuale, ma sociale. Significa vedere gli uomini gay non come “categorie a rischio”, ma come persone che vivono in un contesto che spesso non permette loro di essere pienamente sé stessi. Ridurre il minority stress non è un compito dei singoli, ma della collettività. Significa costruire una società che non punisca la vulnerabilità, che non trasformi il desiderio in vergogna, che non lasci la solitudine crescere negli interstizi del silenzio. Significa creare rappresentazioni non stereotipate delle identità LGBTQ+, offrire educazione affettiva e sessuale inclusiva, formare operatori sanitari competenti e non giudicanti, costruire spazi di comunità che non ruotino solo attorno alla nightlife.
Il chemsex non è la devianza di pochi, ma il sintomo di un dolore che molti non sanno dove mettere. Guardarlo negli occhi, senza moralismi, è il primo passo per costruire una società in cui nessuno debba più cercare nelle sostanze ciò che dovrebbe trovare nella relazione, nella sicurezza, nella dignità. Una società in cui la libertà non sia una parentesi chimica, ma una condizione quotidiana.
L’evoluzione del termine “omosessuale” (1./5)
Alphaville: le serie 02.03.2026, 12:35
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