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Ma come parli colto! 

Parole curiose per sconfiggere l’impoverimento della lingua. Dai refusi storici alla figura del pedante: riscopriamo termini dimenticati per dare un nuovo peso ai nostri discorsi

  • Un'ora fa
Parole poco note
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Di: Sofia Morosoli-Bertoli 

Giocare con la lingua può essere divertente e quando scoviamo una parola, magari dal sapore un po’ retrò, ci piace capire come potremmo utilizzarla e in quale contesto. Per non sbagliarci, poi, si può risalire all’origine, così da poterne cogliere anche le più sottili sfumature. Spesso le usiamo per dare un tono alle nostre conversazioni, ma dietro la loro superficie si nascondono aneddoti curiosi e trasformazioni semantiche inaspettate. Rispolverare queste gemme del lessico non è un mero esercizio di stile, quanto piuttosto un modo per impadronirci nuovamente del nostro italiano. Ormai, si sa, l’impoverimento lessicale è un problema reale contro cui si cercano soluzioni, non sempre di facile applicazione. Magari in questo articolo scoprirete (o riscoprirete) parole che possono trovare uso anche nel linguaggio quotidiano.

Prendiamo, ad esempio, l’aggettivo lapalissiano. Si tratta di una parola che almeno una volta nella vita si è sentita. Ma cosa significa e da dove viene?

Lo usiamo per definire un’ovvietà talmente lampante da non meritare nemmeno di essere pronunciata. Eppure, questa parola deve la sua esistenza a un equivoco legato alla morte del capitano Jacques de La Palice, un militare francese vissuto a cavallo tra il XV e XVI secolo. L’origine del termine è quasi comica e nasce da un banale refuso. I suoi soldati, nel comporre una canzone funebre in suo onore scrissero “Se non fosse morto sarebbe ancora in vita”. Se non è ancora morto, è evidentemente vivo.

Alcune teorie spiegano che l’originale ‘ferait ancora envie’ (farebbe ancora invidia) divenne per errore ‘serait ancora en vie’ (sarebbe ancora in vita).

L’intento iniziale era sottolineare il suo grande valore, ma una lettura letterale ha trasformato il malcapitato capitano nel patrono mondiale delle verità scontate. Un esempio d’uso è prendere con filosofia una partita di carte, dicendo “se vinco, vinco. Se perdo, perdo”. Lapalissiano, no?

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Il convegno è organizzato dalla CORSI con il Forum per l'italiano in Svizzera.

La storia delle parole

Millevoci 16.02.2024, 10:30

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  • Isabella Visetti, Paolo Riva, Lara van Gammeren e Antonio Bolzani

Spostandoci verso l’ambito dello stile e dell’erudizione, incontriamo il termine maccheronico. Oggi viene associato ad una conoscenza approssimativa di una lingua straniera, ma le sue radici affondano nella letteratura del Quattrocento.

Si usava per definire un certo tipo di latino, in modo denigratorio. Il latino maccheronico consisteva nell’applicare la struttura grammaticale latina a parole volgari, creando un effetto grottesco e, appunto, approssimativo. Il termine richiama più possibili origini: la natura pasticciata dei maccheroni, che venivano conditi con una mescolanza caotica di ingredienti, oppure il fatto che questo formato di pasta era allora considerato cibo rozzo, mangiato dalla plebe che parlava un latino distante da quello dei nobili. Il latino maccheronico non era però solo una scarsa conoscenza della lingua, ma veniva usato appositamente per prendere in giro i più colti, come per imitarli in tono sarcastico. Per questo diventa poi alla base di un genere letterario di stampo comico e satirico.

C’è poi una parola solo apparentemente semplice, utilizzata per descrivere qualcuno di minuzioso e al contempo saccente, fastidioso proprio per la sua pignoleria: il pedante. La sua origine ci riporta alle aule scolastiche del Rinascimento, dove il “pedante” era l’istitutore che seguiva i fanciulli passo dopo passo. L’origine etimologica è verosimilmente una storpiatura della parola “pedagogo”, appunto il maestro dei giovani studiosi. Un’altra ipotesi vede nella radice la vicinanza a pes, pedis (piede in latino), indicando chi va a piedi, ovvero sempre l’istruttore che seguiva i figli dei nobili camminando accanto a loro mentre erano a cavallo. Il termine ha subito una deriva negativa quando l’attenzione al dettaglio si è lentamente trasformata in ostentazione superflua, una sorta di mania intellettuale che impedisce di vedere il senso complessivo di un discorso.

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Questa rigidità sfocia spesso nella prosopopea.  Questa parola, derivante dal greco, indica in letteratura la personificazione di oggetti inanimati o defunti. Col tempo, il termine si è spostato dalla retorica al dire comune, e viene utilizzata per indicare quell’atteggiamento di chi si dà arie di estrema importanza, parlando con ridicola enfasi o gravità, come se fosse un personaggio tragico sul palcoscenico.

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Infine, per chiudere questo catalogo di curiosità, incontriamo un termine raro e potente, usato per descrivere chi non molla nemmeno davanti all’evidenza della propria sconfitta, cioè chi agisce con pervicacia. A differenza della semplice ostinazione, la pervicacia possiede una sfumatura quasi sinistra, derivando dal latino pervicax, che suggerisce un’insistenza ostinata e inflessibile. È una caparbietà estrema, che non cerca il dialogo, ma la sottomissione dell’altro alla propria idea, una forza d’urto mentale che non conosce flessioni. Purtroppo, al giorno d’oggi non siamo del tutto digiuni di personaggi pervicaci.

Usare parole come queste non è solo un modo per apparire colti, ma per restituire alla lingua italiana la sua capacità di scolpire la realtà con precisione maniacale (forse un po’ pedante?) e sconfiggere a poco a poco l’impoverimento della nostra lingua. Perché, vale la pena ribadirlo, sono le nostre parole a modellare la mente e, di conseguenza, la nostra realtà.

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