Parlare della società israeliana oggi significa confrontarsi con un fenomeno ormai evidente: l’ascesa dell’estrema destra religiosa e messianica, un’area politica che per decenni è rimasta ai margini e che ora occupa posizioni centrali nel potere. È questo il cuore del libro di Elena Testi, Genesi, soldi, crimine, impunità. Storia dell’estrema destra israeliana, un’opera che ricostruisce le dinamiche di un cambiamento profondo. La storica Anna Foa osserva che Israele è una società che mostra sempre più i segni dei traumi subiti e inflitti, e che molti cittadini, soprattutto giovani, scelgono di andarsene perché non vogliono crescere i propri figli in un contesto percepito come sempre meno democratico e sempre più vicino a forme di autoritarismo religioso. Un giudizio maturato mesi fa, ma che oggi risuona con ancora maggiore forza.
L’assassinio di Yitzhak Rabin ha rappresentato un punto di non ritorno, segnando la fine di un’epoca in cui la pace sembrava una possibilità concreta. Elena Testi, intervistata in Alphaville da Mattia Pelli, ricorda come quella notte, mentre Rabin parlava dal palco, i giovani israeliani festeggiavano nelle piazze con la speranza di un dialogo possibile tra israeliani e palestinesi. Ma già allora un’altra parte del paese, quella che avrebbe poi preso il sopravvento, si manifestava apertamente. Benjamin Netanyahu, oggi primo ministro, insieme a Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich, oggi ministri chiave, era presente alle manifestazioni che precedettero l’omicidio. Il giornalista Eric Salerno sottolinea come Netanyahu, figlio del segretario di Jabotinsky – figura centrale della destra sionista – abbia sempre condiviso l’idea che lo Stato di Israele dovesse estendersi dal Mediterraneo al Giordano, una visione che ha influenzato profondamente la politica israeliana degli ultimi decenni.
Israele e l’ascesa dell’estrema destra
Alphaville 30.04.2026, 12:05
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L’estrema destra israeliana è cresciuta gradualmente, soprattutto attraverso il movimento dei coloni nato dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Oggi circa 700.000 israeliani vivono negli insediamenti in Cisgiordania, rendendo di fatto quasi irrealizzabile la soluzione dei due Stati. L’arrivo al governo di questa destra radicale, sostenuta anche da Netanyahu, ha contribuito a indebolire il sistema democratico, con riforme giudiziarie contestate e una gestione della sicurezza interna sempre più aggressiva. L’attacco di Hamas del 7 ottobre ha poi aggravato le fratture interne, accentuando la polarizzazione e rendendo ancora più difficile qualsiasi prospettiva di dialogo.
Un elemento centrale del libro di Testi riguarda i legami tra l’ultradestra israeliana e settori della destra politica e finanziaria statunitense. Flussi consistenti di denaro, spesso anonimi e fiscalmente detraibili, alimentano gli insediamenti in Cisgiordania. A questo si aggiunge il sostegno degli evangelici americani, un gruppo politicamente influente che vota compatto per i repubblicani e che ha sostenuto Donald Trump. La loro motivazione è religiosa: ritengono che la realizzazione della “Grande Israele” sia una condizione necessaria per il compimento della profezia di Ezechiele e il ritorno del Messia. Un legame paradossale, perché implica l’idea che alla fine dei tempi gli ebrei si convertiranno al cristianesimo, ma che si traduce in un sostegno concreto alle colonie, con ONG che organizzano viaggi per lavorare fisicamente nei campi degli insediamenti.
La domanda che emerge è se Israele sia ancora una democrazia. Elena Testi la definisce una questione complessa ma che va affrontata. La presenza al governo di figure come Ben-Gvir e Smotrich, un tempo considerati marginali e inaffidabili dallo stesso Netanyahu, e la costante tensione bellica che caratterizza l’attuale leadership, sollevano interrogativi profondi. La repressione del dissenso interno e la delegittimazione dei media progressisti, accusati di diffondere fake news, sono segnali che preoccupano molti osservatori. Il dibattito sul futuro di Israele, dunque, non riguarda solo il paese: interroga anche le democrazie occidentali sui limiti che sono disposte a superare per continuare a definirsi tali e sul rispetto del diritto internazionale in un contesto sempre più fragile.



