Siamo abituati a pensare agli alberi come simboli di vita: polmoni delle città, alleati contro il cambiamento climatico, rifugi di biodiversità. Eppure, esiste un’altra storia, meno raccontata, in cui la vegetazione non è più risorsa ma bersaglio. È qui che entra in gioco un termine che sempre più discusso da giuristi e scienziati: ecocidio, ovvero la distruzione sistematica dell’ambiente come conseguenza dei conflitti (il termine fu coniato negli anni Settanta dal biologo Arthur Galston per descrivere gli effetti devastanti delle armi chimiche nella guerra del Vietnam) ma anche come vero e proprio strumento di guerra.
In questo scenario la natura smette di essere neutrale e diventa parte del conflitto. Non si colpiscono solo infrastrutture o persone, ma anche ciò che garantisce sopravvivenza, identità e memoria.
Il caso della Palestina è emblematico. Un recente rapporto UNEP sull’impatto ambientale dei conflitti a Gaza indica, che «a maggio 2025, il 97,1% delle colture arboree di Gaza, l’82,4% delle colture annuali, il 95,1% della macchia mediterranea e l’89% dei terreni erbosi o incolti risultavano danneggiati. La produzione alimentare su larga scala non è più possibile».
In quella terra segnata da tensioni e conflitti, la distruzione degli ulivi in particolare assume un significato più profondo: l’ulivo non è semplicemente una coltura agricola, è un simbolo profondo di radicamento e resistenza. Capace di crescere in condizioni difficili, con poca acqua e su terreni aridi, rappresenta per molte comunità una risorsa vitale. Ma è anche qualcosa di più: un legame tra generazioni, una presenza che attraversa il tempo.

Israele ha sradicato 10.000 ulivi ad al-Mughayyir, villaggio palestinese della Cisgiordania. L’esercito israeliano ha dichiarato che lo sradicamento degli alberi aveva lo scopo di “scoraggiare” gli abitanti del villaggio e far “pagare loro un prezzo pesante"
Proprio per questo, l’ulivo è diventato un bersaglio. Negli ultimi anni – i dati del 2025 come detto sono particolarmente drammatici – migliaia di esemplari, alcuni secolari, sono stati sradicati in diverse aree della Cisgiordania. Non si tratta soltanto della perdita di alberi: eliminare un ulivo significa cancellare una traccia concreta di presenza umana sul territorio. In contesti in cui la terra è contesa, questi alberi rappresentano infatti una sorta di “archivio vivente”, una testimonianza materiale della storia di chi la abita.
A questa distruzione si affianca un’altra strategia, spesso definita da alcuni studiosi come “colonialismo ecologico”. Nel corso dei decenni, organizzazioni come il Fondo Nazionale Ebraico hanno promosso vasti programmi di riforestazione, introducendo specie non autoctone come il pino d’Aleppo. Questi interventi hanno contribuito a modificare profondamente il paesaggio, talvolta coprendo le tracce di villaggi abbandonati o distrutti.
Ma intervenire sugli ecosistemi senza tener conto degli equilibri naturali può avere conseguenze inattese. Le foreste di pini, meno adatte a climi aridi, consumano più acqua, alterano la chimica del suolo e risultano più vulnerabili agli incendi. Gli episodi sempre più frequenti di roghi estesi mostrano come la natura, nel lungo periodo, tenda a reagire agli squilibri imposti.
Se gli alberi rappresentano la parte più visibile di questa trasformazione, il suolo ne è la vittima silenziosa. Ogni conflitto lascia tracce profonde e durature nella terra: metalli pesanti, residui di esplosivi, detriti. Nella Striscia di Gaza, territori un tempo fertili risultano oggi compromessi da milioni di tonnellate di macerie contaminate, con effetti diretti anche sulle falde acquifere.
L’ecocidio diventerà reato?
Alphaville 10.09.2025, 12:05
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Le conseguenze non sono solo locali. Un terreno degradato perde la sua capacità di assorbire anidride carbonica e contribuisce, al contrario, ad aumentare le emissioni. Un terreno bombardato e compattato dai mezzi pesanti smette di respirare, rilasciando CO2 invece di sequestrarla. L’Osservatorio sui conflitti e l’ambiente (CEOBS) e Scientists for Global Responsibility stimano che le attività militari quotidiane potrebbero essere responsabili di circa il 5,5% delle emissioni globali. L’impatto ambientale delle operazioni militari — spesso ignorato nei grandi summit sul clima — è un acceleratore del collasso planetario. Le guerre, infatti, producono milioni di tonnellate di CO₂ ma restano fuori dai conteggi ufficiali.
La guerra, dunque, non si esaurisce con la fine delle ostilità. Le ferite inflitte agli ecosistemi continuano a produrre effetti per anni, a volte per generazioni. Distruggere alberi, contaminare il suolo, alterare paesaggi significa anche compromettere il futuro di chi quei luoghi li abita.
Per questo motivo, il tema dell’ecocidio sta assumendo una crescente rilevanza nel diritto internazionale e nella riflessione pubblica. Proteggere l’ambiente, in contesti di conflitto, non è più soltanto una questione ecologica: è una forma di tutela della vita, della memoria e della giustizia.
Altre luoghi e altre guerre in cui l’ambiente diventa campo di battaglia
- Vietnam (1961–1971): L’uso massiccio di defolianti come l’Agent Orange distrusse milioni di ettari di foresta e colture, lasciando un’eredità tossica che ancora oggi incide su salute ed ecosistemi
- Kuwait (1991): Durante la ritirata dalla Guerra del Golfo, l’esercito iracheno incendiò oltre 600 pozzi petroliferi: mesi di fiamme, nubi nere e contaminazione del suolo
- Balcani (1991–1999): I bombardamenti su impianti petrolchimici e industriali causarono fuoriuscite tossiche nei fiumi Danubio e Sava, con danni ambientali duraturi
- Darfur (2003–oggi): La competizione per acqua e pascoli, aggravata dalla desertificazione, è stata al centro del conflitto; pozzi e infrastrutture idriche sono diventati bersagli strategici
- Iraq e Siria (2014–2019): L’ISIS ha incendiato pozzi petroliferi, avvelenato campi agricoli e usato acqua e dighe come strumenti di controllo territoriale
- Congo orientale (anni ’90–oggi): Gruppi armati sfruttano e devastano foreste, miniere e parchi naturali; il Parco del Virunga è simbolo della violenza ambientale legata ai conflitti
- Ucraina (2014–oggi): Miniere allagate, foreste bruciate, contaminazione delle falde e il disastro della diga di Kakhovka mostrano come la guerra possa trasformarsi in un’emergenza ecologica su larga scala







