Nel 2002 appare per la prima volta LinkedIn: un social network, o meglio una piattaforma dove i professionisti possono connettersi tra loro, condividere esperienze lavorative, trovare opportunità di carriera. Oggi è la prima, sia per le ricerche di lavoro che per l’attestazione professionale. Ottima l’idea. Ottimo, in larga parte, tutto il suo percorso. Però.
Chi lo usa non potrà non avere notato una peculiarità: LinkedIn parla una lingua propria. LinkedIn crea, o perlomeno porta a creare, un nuovo dizionario fatto di slogan e coinvolgimento. Tutto è rigorosamente in inglese – tranne qualche raro caso – e tutto è sempre un viaggio incredibile, potente, di ispirazione, motivante. Va introiettato nel profondo, metabolizzato. Poi quello che ci dice va evangelizzato, con gratitudine, così che il messaggio si spanda, faccia breccia, convinca, insomma affermi la validità del tutto. Un po’ come in 1984 di Orwell, con la neolingua.

Il giorno della quotazione di Linkedin alla Borsa di New York, 2011
Ecco, LinkedIn ha creato un proprio ethos e una lingua propria, che risulta però involontariamente comica. Col tempo, infatti, è diventato abituale per gli utenti trasformare ogni evento in una performance linguistica, che esalta il proprio contesto lavorativo e di riflesso anche i lavoratori stessi. Tutto sempre sotto il convincente cappello di produttività, obiettivi, sfide. Tutto è sempre così enfatico, ottimista e – detto da chi si occupa di parole – anche estremamente falso, e fastidioso.
Per chi è troppo onesto per sparare corbellerie iper-convincenti, non ha il tempo di inventarle con quel linguaggio – oppure semplicemente, lo dico tra virgolette, ha una dignità, ma si trova a fare i conti con questo nuovo orrore imposto, c’è una novità, un sospiro di sollievo: nel 2024 è nata una nuova piattaforma, Kagi Translate, che ha introdotto anche una modalità di traduzione LinkedIn Speak, cioè verso la lingua di LinkedIn. E funziona.
LinkedIn: la “neolingua” del lavoro tra entusiasmo forzato e realtà
Kappa e Spalla 27.04.2026, 18:15
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Se dovete scrivere «Sono appena stato licenziato», frase che chiaramente non si può pubblicare su una piattaforma di lavoro, questa viene rielaborata e diventa: «Sono entusiasta di annunciare l’inizio di un nuovo capitolo del mio percorso professionale. Dopo un’esperienza straordinaria con il mio precedente team, sono ufficialmente in una fase di transizione alla ricerca della mia prossima sfida» e bla bla bla… insomma, tutto rivisto e ricostruito.
Ma le parole sono importanti. Le parole fanno esistere le cose, sono un incantesimo, perché rendono le cose nominate non solo vere, ma anche utilizzabili. Non sono soltanto un’astrazione, ma la costruzione di noi stessi, degli altri, delle cose, del mondo. E non è un concetto buttato lì. Basta leggere filosofia, Wittgenstein, Peirce, Heidegger.
Le parole che usiamo sono un atto di coraggio: bisogna crederci, nelle parole che usiamo. E quindi: del grande racconto vuoto delle parole altrui, che siamo obbligati a fare nostre per validare la narrazione delle aziende, quindi del mercato, di quell’assenza di concetto se non la ripetizione accorata e smisurata di un mantra nel quale non crediamo veramente, di quella connivenza che non è soltanto lessicale, ma anche morale… chi pagherà il conto?
In questo vuoto pneumatico che ci viene imposto e che poi alla fine imponiamo anche a noi stessi, quali mani e quali cervelli avranno senso e poi saranno necessari, in quale domani, e per chi?
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