Nel tempo della sorveglianza permanente — algoritmica, poliziesca, capitalistica — la festa è l’ultima zona franca. Non è intrattenimento, non è evasione, non è turismo culturale. È sospensione. È rovesciamento. È anarchia rituale. Michail Bachtin, nel suo L’opera di Rabelais e la cultura popolare, lo dice senza mezzi termini: il carnevale medievale non era spettacolo, ma «abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici». Il re diventava buffone, il servo poteva irridere il padrone, il corpo si liberava dalle regole della decenza. Era il trionfo del grottesco, del riso, della maschera: un mondo alla rovescia che mostrava la fragilità dell’ordine costituito.
Victor Turner, antropologo dei rituali, ha chiamato questa condizione “liminalità”: lo spazio di soglia dove le regole si dissolvono e nasce la communitas, un legame orizzontale che annulla le differenze di status. La festa, dunque, non è solo disordine, ma laboratorio sociale: un esperimento di uguaglianza, un tempo sospeso che rivela l’artificialità delle gerarchie.
Se il carnevale era il teatro del rovesciamento, la rave culture contemporanea ne è l’erede clandestina. Nata negli anni ’80 tra magazzini occupati e campi abbandonati, i rave hanno incarnato una controcultura musicale e politica. Sarah Thornton, in Club Cultures, ha mostrato come i rave ridefiniscano il “capitale sottoculturale”: autenticità contro mainstream, comunità effimera contro mercato. Qui la festa diventa resistenza: contro la mercificazione della musica, contro il controllo dello Stato, contro la sorveglianza algoritmica.
Hakim Bey, nel suo manifesto T.A.Z. – Temporary Autonomous Zone, ha interpretato i rave come zone autonome temporanee: spazi effimeri di libertà, sottratti al controllo istituzionale, dove si sperimenta un’anarchia gioiosa. La festa, in questa prospettiva, è insurrezione estetica: non costruisce un nuovo ordine, ma sospende quello esistente, creando un tempo fuori dal tempo.
La festa è recupero organizzativo del disordine sociale. È rito che permette alla società di rigenerarsi, di mettere in scena il caos per poi tornare all’ordine. Ma proprio in questa oscillazione tra ordine e disordine si annida la sua forza politica: la festa mostra che le gerarchie non sono naturali, ma costruite, e dunque reversibili.
Dal carnevale di Bachtin alle rave culture, la festa è il luogo dove l’umano si ricorda di essere più che ruolo, più che funzione. È sospensione, vertigine, comunione. È il momento in cui la società si guarda allo specchio e scopre che può essere diversa. Non è evasione, ma esercizio di immaginazione politica. La vera sovversione, oggi, è difendere la festa come spazio libero, non ridotto a evento commerciale o intrattenimento programmato. Perché senza festa, senza questa parentesi di disordine, la società rischia di diventare una macchina senza respiro.

Tempo di Carnevale: la storia in maschera
Kappa e Spalla 26.01.2026, 18:15
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Dietro le maschere
RSI Carnevale 02.02.2026, 20:35

