Dopo anni di corsa all’efficienza e all’automazione, sta affiorando una stanchezza diffusa verso le innovazioni digitali. In testa alle tecnologie che generano maggiore saturazione c’è l’intelligenza artificiale, seguita dagli algoritmi delle piattaforme, percepiti come sempre più intrusivi.
Il ritorno dell’analogico
Kappa e Spalla 22.01.2026, 18:15
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E così, già nei primi giorni di gennaio il 2026 sembra distinguersi per un ritorno all’analogico. Forbes ha di recente pubblicato un articolo in cui si racconta come nel mondo della moda sembra essersi avviata una piccola rivoluzione in questo senso: diversi marchi, ad esempio, promettono di rilanciare le riviste cartacee, aprendo anche nuove possibilità di autopubblicazione.
Il cambiamento riguarda non solo le industrie creative, ma anche le persone che, semplicemente, sono allergiche a ciò che un tempo veniva presentato come il migliore dei mondi possibili: cresce il desiderio di ridurre il tempo trascorso davanti agli schermi, magari per dedicarsi a passatempi più tradizionali, spesso artigianali, capaci di richiedere lentezza, addirittura pazienza – hobby che, un tempo, magari disprezzavano.
C’è chi sceglie di sostituire lo smartphone con un telefono privo di social, di connessione internet. Chi prova addirittura a vivere senza telefono. Sono tornate di moda le macchine fotografiche reflex dei primi anni 2000, mentre i giovanissimi riscoprono il piacere della scrittura su carta, alimentando il successo del fenomeno conosciuto come journaling – che poi significa semplicemente tenere un diario, scriverci ogni giorno con costanza.
Questa ribellione al digitale, oltre che curiosa, è spesso goffa, e anche un po’ contraddittoria: c’è chi tenta di utilizzare addirittura meno il telefono installando nuove applicazioni, capaci di misurare e cronometrare la resistenza allo schermo dell’utente.
Alla base di questo ritorno all’analogico c’è l’idealizzazione di un presunto Eden del passato, un mondo che immaginiamo più semplice, più lento, più umano. La nostalgia, come sempre, è uno dei motori commerciali più potenti: sulla nostalgia vengono costruite tantissime narrazioni, anche prodotti culturali, musica, interi modelli di business. Ma l’idea che il mondo di prima sia davvero migliore è una semplificazione, e una distorsione.
Il primo passo per capire il nodo analogico-digitale è guardare alle parole: il termine analogico deriva da analogo, indica un sistema che rappresenta una grandezza in modo diretto e continuo, senza tradurla in simboli. Al contrario, digitale deriva da digit, cifra: in un sistema digitale il messaggio viene scomposto, codificato, ridotto a una quantità di unità discrete, tipicamente 0 e 1. Questa differenza di base, continuità contro discrezione, ha conseguenze profonde: l’analogico coglie i fenomeni come flussi, quindi come variazioni graduali senza interruzioni, mentre il digitale per sua natura li frammenta, li misura, che li codifica – rendendone possibile l’elaborazione, la trasmissione e la memorizzazione su larga scala.
L’essere umano possiede fin dalla nascita, potremmo dire, anche una dimensione digitale: pensiamo alle dita della mano. Con le mani contiamo, misuriamo, distinguiamo unità discrete, prima ancora di parlare. In questo senso il digitale non è un’invenzione recente: il digitale è un modo di pensare, quindi un linguaggio, radicato nella nostra esperienza.
Nicholas Negroponte scriveva nel 1995, in Essere digitali, che nel mondo fisico tutto è fatto di atomi, nel mondo digitale tutto è fatto di bit. Un bit non ha colore, dimensioni o peso, e può viaggiare alla velocità della luce. Il suo modo di essere è sì o no, vero o falso, su o giù, dentro o fuori, bianco o nero. Ma il mondo come lo percepiamo è qualcosa di essenzialmente analogico. Dal punto di vista macroscopico non è affatto digitale: è continuo.
Questa differenza di natura viene spesso fraintesa nel linguaggio: analogico viene associato a ciò che è vecchio, superato o inefficiente, mentre digitale a ciò che è rapido, innovativo. La realtà per fortuna è più complessa.
Dunque, di cosa siamo davvero nostalgici, quando parliamo di ritorno all’analogico? Non della lentezza, e neppure della possibilità di vivere le cose come flussi continui. Forse, piuttosto, abbiamo nostalgia di quel senso di controllo, di presenza, di contatto umano: un modo di pensare e interagire con gli altri che le tecnologie digitali ci hanno costretto a cambiare. Forse è stato un cambiamento troppo rapido, che ci disorienta un po’.
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