Da trent’anni il Ticino si guarda allo specchio e vede una città. Non una città qualsiasi, ma una città lunga, stretta, incastrata tra due pareti di montagna e una volta di cielo, per usare l’immagine che Aurelio Galfetti amava ripetere. Una città che non è mai nata davvero come tale, ma che si è ritrovata urbana quasi per accumulo. La chiamano “Città-Ticino”, e ormai è diventata una metafora così solida da sembrare un dato di fatto. Ma come tutte le metafore, funziona finché non la si guarda da vicino.
In questo inizio 2026, anno in cui ci si avvia alla realizzazione di una delle grandi opere infrastrutturali di collegamento che dovrebbero contribuire a dare un ordine alla “Città-Ticino” – il Tram-treno del Luganese – cerchiamo di capire cosa ne è di questa visione.
Lo facciamo rifacendoci a una recente puntata di Alphaville, approfondimento radiofonico a cura di Barbara Camplani e Francesca Rodesino, in cui hanno preso la parola Claudio Ferrata, geografo, fondatore e membro di comitato di GEA (associazione dei geografi), e l’architetta Ludovica Molo, direttrice dell’istituto internazionale di architettura i2a.
La città-Ticino: una metafora lunga 30 anni
Alphaville 23.01.2026, 12:05
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Claudio Ferrata ricorda che l’immagine della “Città-Ticino” ha una genealogia precisa. «La metafora geografica ha una storia di quasi trent’anni», spiega, e non nasce da un colpo di genio improvviso. Prima c’era la “Città-Regione” di Tazio Tinelli, figlia della geografia francese degli anni ’80. Poi arrivarono gli architetti — Botta, Galfetti, e un gruppo di tecnici — a dare forma a un’idea che il Piano direttore del 2009 avrebbe poi istituzionalizzato. Da lì in avanti, il Ticino ha iniziato a pensarsi come un unico organismo, anche se l’organismo in questione continuava a essere fatto di valli, dislivelli, fondovalle stretti e una mobilità che somigliava più a un test di pazienza che a un sistema.
È qui che entrano in scena le infrastrutture, le vere protagoniste della storia. Ludovica Molo, architetta, lo dice senza giri di parole: «Il TILO è diventato la metropolitana del Cantone». Una frase che, detta altrove, farebbe sorridere; detta in Ticino, descrive un fatto. La ferrovia, l’autostrada, Alptransit, il tram-treno: sono loro a cucire ciò che la geografia separa. Sono loro a trasformare Lugano, Mendrisio, Bellinzona e Locarno in quartieri di una stessa città . E sono loro, inevitabilmente, a generare il problema più sentito dai ticinesi: la mobilità. Non perché manchino le strade, ma perché la scorrevolezza per percorrerle.
La “Città-Ticino”, però, non è solo un fatto tecnico. È anche un fatto culturale. Ferrata lo dice chiaramente: il Ticino non è mai stato urbano, ma ha iniziato a comportarsi come tale dagli anni ’60, quando l’autostrada ha cambiato per sempre la percezione del territorio. Prima c’era la ruralità esibita; poi è arrivata la suburbanizzazione, e con essa la necessità di una nuova immagine. La metafora urbana ha funzionato perché ha dato un linguaggio a un cambiamento già in corso.
Oggi, però, quella metafora scricchiola. Non perché sia sbagliata, ma perché è incompleta. Ferrata lo ammette: «Dobbiamo chiederci se la metafora Città Ticino sia ancora pertinente per una realtà così complessa». E propone un’altra immagine, quella della “metro-montagna”, mutuata dal geografo Giuseppe De Matteis: un territorio in cui città e montagna non sono opposti, ma parti di un’unica relazione virtuosa. Un’idea che, detta così, sembra astratta; ma che diventa concreta se si guarda a come vivono oggi i ticinesi, divisi tra fondovalle densificati e valli che rischiano di svuotarsi.
Molo, dal canto suo, invita a guardare avanti. «È affascinante immaginare nuovi rapporti con le valli», dice, e la sua proposta è semplice: densificare lungo la linea del TILO, preservare le valli, riusare ciò che già esiste, affrontare il cambiamento climatico con una pianificazione che non sia solo tecnica ma anche culturale. Una città policentrica, insomma, che non finga di essere compatta, ma che accetti la propria forma allungata e la trasformi in un vantaggio.
Alla fine, tutto si riduce a una parola che Ferrata usa con insistenza: «cura». Cura del territorio, delle sue ferite, delle sue contraddizioni. Cura come responsabilità collettiva, come educazione, come consapevolezza. Perché la “Città Ticino”, qualunque forma prenderà, non sarà mai solo un progetto di pianificazione. Sarà — come sempre — un modo di abitare il paesaggio. E di riconoscersi dentro di esso.

