Buddhismo

Camminare per la pace, un passo alla volta

Da mesi un gruppo di monaci buddisti e un cane meticcio attraversano gli Stati Uniti: la Walk for Peace è diventata un rito collettivo, dalle strade ai social.

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Walk for Peace - I monaci si fermano per l'omaggio di una bambina

Walk for Peace - I monaci si fermano per l'omaggio di una bambina

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Di: Lorena Pianezza 

Miglia dopo miglia, passo dopo passo, lungo strade statali, piccoli villaggi e grandi città, un gruppo di monaci buddhisti sta trasformando l’atto più semplice, camminare, in un potente gesto collettivo. La loro Walk for Peace, una marcia di oltre 3.700 km dal Texas a Washington D.C., attraverso dieci Stati, è diventata un fenomeno nazionale. Centinaia di persone li attendono ai bordi delle strade, mentre online un pubblico sempre più vasto segue ogni tappa del viaggio, documentato quotidianamente.

Partiti lo scorso ottobre dall’Huong Dao Vipassana Bhavana Center in Texas, i diciannove monaci di tradizione Theravada avanzano in fila indiana, molti di loro a piedi scalzi, guidati dal Venerabile Bhikkhu Paññākāra. Camminano in silenzio, mantenendo un passo regolare, per diffondere un messaggio di pace, gentilezza e compassione in un momento in cui gli Stati Uniti sono attraversati da tensioni politiche, conflitti legati all’immigrazione e un crescente clima di violenza.

I loro abiti color zafferano risaltano da lontano, ma è la presenza raccolta e calma, capace di trasmettere una quiete che supera barriere religiose, culturali e politiche, a suscitare ovunque attenzione e rispetto. I monaci consumano un unico pasto frugale al giorno e dormono all’aperto, riparandosi come possono sotto gli alberi, seguendo una disciplina antica fondata sulla fiducia nella generosità altrui e sulla semplicità. La gente a bordo strada li saluta con le mani unite e un leggero inchino; offre loro acqua, cibo, fiori e, a volte, li accompagna per qualche chilometro I monaci ricambiano con umiltà e riconoscimento della natura divina presente in ogni essere. In un inglese semplice, condividono insegnamenti radicati nella via del Buddha:

Il mondo è una sola famiglia. Dobbiamo stare uniti. La vera felicità deriva dal disciplinare la mente, non dalla ricchezza o dal potere. Coltiviamo amorevole gentilezza, contentezza e compassione verso gli altri.

Al fianco dei monaci cammina ogni giorno Aloka, un cane meticcio che li ha «scelti» durante una precedente marcia in India; i monaci lo hanno poi adottato e, da allora, è diventato un simbolo silenzioso di lealtà e cura verso ogni creatura. È talmente amato che il suo profilo social, Aloka the Peace Dog, raccoglie centinaia di migliaia di follower, trasformandolo in un volto popolare della Walk for Peace. La sua presenza amplifica il messaggio dei monaci: la pace si impara nella relazione, camminando insieme, umani e animali, senza clamore.

Volti, passi, incontri

Il significato del camminare nella tradizione buddhista

Per comprendere appieno la portata della marcia, vale la pena soffermarsi su ciò che il camminare rappresenta nel buddismo. La marcia, come gesto pubblico, è profondamente simbolica: unisce pratica spirituale, resistenza non violenta e testimonianza morale. È un modo per incarnare, davanti al mondo, i valori di pace e compassione in cui si crede. E quando i monaci lasciano il tradizionale isolamento del monastero per scendere in strada, stanno dicendo qualcosa di preciso: il disagio che attraversa la società ha raggiunto un livello tale da richiedere un intervento diretto.

In questo contesto, il camminare diventa una pratica trasformativa. Il corpo, la presenza e il silenzio si fanno strumenti di risveglio collettivo. Nella maggior parte delle tradizioni buddhiste, i monaci evitano l’attivismo per non alimentare attaccamento e avversione. Ma quando scelgono di esporsi, il loro gesto assume la forza di un segnale d’allarme: una presenza che agisce come uno specchio morale in tempi di conflitto, capace di invitare alla riflessione più che allo scontro.

Purtroppo, la marcia ha vissuto anche momenti difficili. A novembre, in Texas, un camion ha colpito il veicolo di scorta, che a sua volta ha investito due monaci. Uno di loro, Bhante Dam Phommasan, ha riportato ferite così gravi da richiedere l’amputazione di una gamba. Nonostante il grave incidente e la necessità di un lungo periodo di recupero per Bhante Dam, la marcia ha proseguito in direzione Washington D.C.

L’etica al centro del cammino

La forza di questa marcia risiede nel suo linguaggio disarmante: non politico, ma profondamente etico. I monaci parlano di metta, la gentilezza amorevole,  e dell’urgenza di riconoscere la dignità di ogni essere umano. Nessuno slogan, nessuna accusa, nessuno schieramento: solo un invito alla compassione come fondamento della convivenza.

Tappa finale della marcia è Washington D.C., con arrivo previsto per fine febbraio 2026. I monaci intendono chiedere al Congresso il riconoscimento del Vesak (la celebrazione della nascita e illuminazione del Buddha) come festività nazionale. Una richiesta che non nasce come provocazione, ma come proposta culturale: considerare il pluralismo spirituale non una minaccia, ma una risorsa per il Paese. Sul loro Blog scrivono:

Questo è il nostro contributo: non imporre la pace al mondo, ma aiutarla a germogliare, un cuore risvegliato alla volta. […] Non attraverso grandi gesti, ma attraverso diecimila piccoli atti d’amore possiamo contribuire a rendere il mondo più pacifico. […] Possa tu, e tutti gli esseri, stare bene, essere felice e vivere in pace.
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