Nel 1833 Alfred de Musset battezzò il disagio della sua generazione con un nome destinato a durare: mal du siècle. Non era depressione individuale, né fragilità personale. Era una diagnosi collettiva: una generazione nata troppo tardi per le glorie napoleoniche e troppo presto per un futuro che non arrivava mai. Un’intera epoca sospesa tra un passato ingombrante e un domani continuamente rimandato.
Oggi, quasi due secoli dopo, quella sensazione di essere “fuori tempo” non è scomparsa. È cambiato il contesto, non la struttura emotiva. La Generazione Z vive una forma aggiornata di quella stessa intermedialità storica: cresciuta in un mondo che prometteva progresso infinito e si ritrova invece tra crisi climatiche, precarietà economica, instabilità politica e un ecosistema digitale che amplifica ogni incertezza. Non è un caso se molti giovani parlano di doomerismo, nostalgia retrofuturista, burnout precoce. È la versione contemporanea di ciò che Musset chiamava “irrequietezza inesprimibile”.

La differenza è che oggi il malessere non nasce dal vuoto, ma dall’eccesso. Chateaubriand lamentava il “troppo sapere senza esperienza”; i giovani di oggi vivono in un flusso continuo di informazioni che non hanno il tempo di elaborare. Gli algoritmi selezionano ciò che fa più rumore, non ciò che aiuta a capire. Il risultato è un cortocircuito emotivo: ansie virali, confronti sociali incessanti, un senso di inadeguatezza che si autoalimenta. Il Weltschmerz romantico era un dolore del mondo; quello contemporaneo è un dolore del mondo filtrato da uno schermo.
Eppure, proprio qui si apre il ribaltamento. I Romantici non si limitavano a contemplare la loro infelicità: la trasformavano. Victor Hugo la convertì in battaglie politiche, George Sand in libertà personale e impegno civile, Musset in satira e critica sociale. La malinconia non era un alibi, ma un materiale da lavorare. Un modo per dire: se il mondo non è come dovrebbe essere, allora bisogna immaginarne uno diverso.
Forse è questo il punto che oggi vale la pena recuperare. Il disagio della Generazione Z non è un fallimento individuale, ma una risposta comprensibile a un sistema che chiede molto e restituisce poco. La chiave non è negare paura, rabbia o tristezza, ma riconoscerle come segnali di un’epoca che scricchiola. E usarle come leva. Non per rifugiarsi nel cinismo, ma per trasformare il malessere in un principio di movimento.

De-generazioni, Il monaco androide e Vincenzo Della Mensa
Non ci resta che... 07.05.2026, 10:30
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Il mal du siècle non è mai stato solo un sintomo: è stato un linguaggio. E come ogni linguaggio, può diventare strumento di critica, di immaginazione, di cambiamento. La generazione di Musset lo fece attraverso la letteratura. Quella di oggi può farlo attraverso l’attivismo climatico, la cultura digitale, la creatività collettiva.
Non si tratta di romanticizzare il disagio, ma di riconoscere che, storicamente, le epoche più confuse sono spesso quelle che generano le idee più radicali. Il malessere non è la fine: è l’inizio di una domanda. E ogni generazione, prima o poi, trova il modo di rispondere.

