A volte sembra che i giovani abbiano perso la voglia di divertirsi. Se chiedi a un venticinquenne perché il sabato sera è rimasto a casa, non è raro sentirsi rispondere che ormai è “troppo vecchio”. Accanto a questa tendenza si stanno affermando nuove abitudini e mode: il soft clubbing, ovvero fare festa di giorno e senza alcol; la corsa, con tutto l’universo di app e community che le ruota attorno; il matcha; le routine rigorose fatte di palestra, sonno regolare e strategie per essere sempre produttivi al massimo.
Ma cosa raccontano davvero questi fenomeni? Stanno sottraendo spazio alla leggerezza e alla spontaneità che associamo alla giovinezza, oppure rappresentano un nuovo modo di stare bene, più consapevole e sostenibile?
A prima vista, la risposta sembrerebbe semplice. In un’epoca in cui si parla sempre di più di salute mentale, prevenzione e benessere, è naturale che le nuove generazioni prestino maggiore attenzione al proprio corpo e alle proprie abitudini. Bere meno, dormire di più, fare attività fisica e costruire relazioni sociali al di fuori dei contesti centrati sull’alcol sono cambiamenti che difficilmente possono essere liquidati come qualcosa di negativo.
Ma limitarsi a questa lettura rischia di farci perdere una parte importante del quadro. Perché il soft clubbing, così come molte altre tendenze contemporanee, sembra inserirsi perfettamente in una cultura più ampia dell’ottimizzazione personale. Una cultura che non ci chiede semplicemente di stare bene, ma di essere costantemente migliori: più performanti, più sani.
Lo si vede nell’ossessione per le diete iperproteiche, nelle routine mattutine documentate sui social, nella ricerca continua della versione migliore di sé stessi. Non basta più vivere un’esperienza: bisogna trasformarla in un investimento sul proprio capitale personale. Anche il divertimento finisce così per essere sottoposto a una logica produttiva. Si esce, si socializza, si balla, ma senza compromettere il sonno, l’allenamento del giorno dopo o gli obiettivi settimanali.

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Laser 22.05.2026, 09:00
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È qui che il soft clubbing mostra il suo aspetto più interessante dal punto di vista culturale. Storicamente, la scena clubbing è stata l’opposto dell’efficienza. I club e le piste da ballo erano luoghi in cui perdere la cognizione del tempo, sospendere temporaneamente le regole della vita quotidiana, sfuggire alle identità costruite durante il giorno. La notte offriva uno spazio di anonimato e trasformazione, si poteva essere qualcun altro, o semplicemente smettere per qualche ora di essere continuamente sé stessi. Oggi, invece, anche la festa sembra dover venire incastrata all’interno di una routine ben organizzata.
Secondo il brand strategist Eugene Healey, questo fenomeno riflette una trasformazione più ampia: nell’era dell’ottimizzazione costante, perfino gli spazi tradizionalmente dedicati all’evasione vengono assorbiti nella costruzione del proprio brand personale. L’individuo finisce per percepirsi come un progetto da gestire e valorizzare continuamente, anche nel tempo libero.
Non si tratta di criticare chi sceglie modalità di svago percepite come più sane. Il punto è piuttosto contestualizzare queste mode nel momento storico in cui nascono. Se il successo del soft clubbing ci dice qualcosa, forse non riguarda soltanto un rapporto diverso con l’alcol o con la notte. Ci parla di una generazione cresciuta in una società che premia l’autocontrollo e l’auto-miglioramento, al punto che persino il divertimento rischia di diventare un’altra occasione per dimostrare di essere sulla strada giusta.
La vera domanda, allora, non è se i giovani si divertano meno rispetto al passato. È se esistano ancora spazi in cui sia possibile lasciarsi andare senza che quell’esperienza debba necessariamente produrre un beneficio, una performance o un contenuto da raccontare. Perché forse il valore più radicale della festa, oggi, è proprio quello di non servire a niente.






