L’unico vero viaggio, l’unico bagno di giovinezza, sarebbe non andare verso nuovi paesaggi, ma avere altri occhi, vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, vedere i cento universi che ciascuno vede, che ciascuno è.
Marcel Proust, À la recherche du temps perdu (1923)
Negli ultimi anni il viaggio è diventato un ambito privilegiato per osservare il declino delle interazioni spontanee. Studi di psicologia sociale mostrano che parlare con sconosciuti durante gli spostamenti aumenta il benessere, ma le persone tendono comunque a evitarlo. Allo stesso tempo, l’uso diffuso dello smartphone riduce il senso di connessione anche in presenza fisica e nei mezzi pubblici ha contribuito a limitare le interazioni dirette, spesso sostituite da forme di isolamento discreto.
C’è stato un tempo in cui il viaggio in treno era un piccolo esperimento umano. Si parlava con il vicino di posto, si commentava il ritardo, si negoziava l’apertura del finestrino. Non era necessariamente un’età dell’oro della convivialità: spesso si trattava di conversazioni banali, talvolta fastidiose. Eppure quel microcosmo custodiva qualcosa di essenziale: il viaggio non era soltanto uno spostamento nello spazio, ma un’esperienza condivisa.
Oggi il paradosso è evidente. Si viaggia più di prima, più lontano, con maggiore facilità. Eppure, proprio mentre ci si muove per incontrare luoghi e persone diverse, si rinuncia sempre più all’incontro più immediato: quello con chi sta accanto. Nelle carrozze, negli aeroporti, sugli autobus, lo scenario è simile: teste chine sugli schermi, cuffiette nelle orecchie, sguardi evitati.
Questa trasformazione non ha nulla di eccezionale o marginale. È una modalità diffusa e accettata di vivere il viaggio: un isolamento leggero, continuo, quasi invisibile. Le cuffiette e gli schermi sono dispositivi che creano una distanza. Permettono di attraversare lo spazio senza veramente condividerlo. Il contrasto con l’idea stessa di viaggio è profondo. Tradizionalmente, partire significava esporsi all’imprevisto, accettare l’incontro, lasciarsi cambiare da ciò che non si conosce. Il viaggio implicava apertura, una certa disponibilità all’altro. Oggi, invece, si può attraversare un intero paese restando immersi in un ambiente familiare, fatto di contenuti scelti in anticipo e relazioni che non hanno nulla a che vedere con il luogo attraversato.
Capire e contrastare la povertà relazionale
Alphaville 05.05.2026, 12:05
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Così, gli spazi del viaggio diventano corridoi individuali. Si condivide lo spazio fisico, ma non l’esperienza. Si è vicini senza essere in relazione. Il percorso perde parte della sua dimensione trasformativa: non è più occasione di contatto, ma semplice transizione tra due punti.
Il viaggiatore contemporaneo si muove costantemente, ma raramente incontra l’altro. Conosce itinerari, orari, destinazioni, ma evita la presenza immediata degli altri. Può restare ore accanto a qualcuno senza scambiare una parola, come se quell’altro facesse parte del paesaggio, non dell’esperienza.
Si crea così una forma di solitudine particolare: non proprio l’assenza di persone, bensì la loro completa irrilevanza. Il viaggio, pur affollato, diventa uno spazio silenzioso. Non per mancanza di individui, ma per assenza di relazione. Eppure è proprio nell’incontro casuale, anche minimo, che il viaggio acquista senso. Non necessariamente nelle grandi conversazioni o nelle amicizie improvvise, ma nel semplice riconoscimento reciproco: condividere un’attesa, uno sguardo, una presenza.
Solitudine, identità, relazione
Alphaville 27.02.2026, 12:05
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