Rendiamo omaggio a Edgar Morin, figura eminente del pensiero contemporaneo, maestro della complessità e instancabile tessitore di saperi, scomparso all’età di 104 anni. E lo facciamo a partire da Insegnare a vivere: Manifesto per cambiare l’educazione (Cortina, 2015), opera che interpella con forza il nostro sistema scolastico e ci invita a ripensarlo con coraggio e profondità.
La tesi centrale di Edgar Morin è semplice e radicale: il sapere va ricostruito nella sua complessità. Dopo due secoli di specializzazione crescente, la conoscenza si è frantumata in discipline che non comunicano più tra loro. La scienza, emancipata da filosofia e religione, ha guadagnato rigore ma ha perso visione d’insieme.
Da qui le domande provocatorie che Morin rivolge alla scuola: che senso ha insegnare la matematica come se tutti dovessero diventare ingegneri? Perché venerare lo scientismo quando la scienza stessa ha mostrato la fecondità dell’anesatto (frattali, topologia), del qualitativo, del caotico? Perché trasmettere solo conoscenze e non esperienze? Perché, dopo aver insegnato le derivate e i logaritmi, non avvicinare gli allievi alla costruzione di un’enorme catasta di legna? Perché non portarli dentro la miseria di un campo profughi e costringerli a confrontarsi con la precarietà dei senza tetto e dei senza nome? Perché non privarli della tecnologia e metterli di fronte a un cielo stellato, fuori dal mondo, senza rete e connessione? Il rischio che si corre , in fondo, è quello di avere allievi provvisti di meno conoscenze, ma, forse, persone migliori, più umane, più solidali, capaci di affrontare la vita nella sua complessità.
Incontro con Edgar Morin
Contenuto audio
Incontro con Edgar Morin (1./2)
Laser 07.07.2021, 11:00
Incontro con Edgar Morin (2./2)
Laser 08.07.2021, 11:00
Intervista a Edgar Morin: versione integrale (in francese)
Laser 25.11.2011, 02:00
L’accusa che Morin rivolge alla scuola è quella di formare specialisti senza sguardo, teste piene ma non “teste ben fatte”, incapaci di collegare ciò che apprendono. La sua proposta è ribaltare la logica dell’insegnamento: non accumulare nozioni, ma imparare a pensare la complessità, a cogliere legami, a navigare l’incertezza. È ciò che lui chiama relianza: la capacità di mettere in dialogo biologia e fisica, cosmologia e letteratura, matematica e vita quotidiana. Una competenza che il sistema educativo, irrigidito in compartimenti stagni, non coltiva più. E così gli studenti imparano formule, teoremi, date, ma non imparano a comprendere il mondo in cui vivono. Con la metafora della testa ben fatta (ripresa da Montaigne), Morin invita a formare persone che siano, non tanto piene di conoscenze, quanto in grado di afferrare i problemi globali, grazie a criteri che tengano conto della complessità che li governa.
Per Morin, l’educazione deve tornare al suo compito originario: insegnare a vivere. Non basta trasmettere informazioni; occorre trasformarle in arte di vivere, in capacità di orientarsi nel mondo, di comprenderne le contraddizioni, di affrontarne l’imprevedibilità. Ma questo richiede insegnanti che possiedano essi stessi questa attitudine e che esercitino la loro professione non attraverso l’autorità, bensì attraverso la benevolenza. L’atto educativo, sostiene Morin, si fonda sull’amore: un amore che accende il desiderio di sapere, che alimenta la curiosità, che rende il mondo un luogo da esplorare.
In una società senza padri e senza maestri, essere insegnanti significa rendere il sapere desiderabile, trasformarlo in un invito a pensare, a sentire, a scegliere. Morin ci chiede una scuola che non si limiti a formare competenze, ma che formi esseri umani capaci di vivere. Una scuola che non insegni solo a conoscere, ma a esistere nella complessità del reale.
Del resto è la scienza stessa a indicarci questa direzione: ci mostra un mondo intrinsecamente caotico, probabilistico, un universo in cui l’osservatore non è mai esterno ma parte integrante del sistema che osserva. In questo scenario, minime variazioni possono produrre effetti inattesi, talvolta dirompenti. Se il reale è un intreccio di relazioni, la scuola non può continuare a insegnare come se il mondo fosse un meccanismo lineare e prevedibile. Lo ricordava già Heisenberg: la realtà è un “complicato tessuto di eventi”, dove forze e rapporti – spesso invisibili – si sovrappongono e si influenzano reciprocamente, dando forma al tutto. È a questa complessità che l’educazione deve imparare a guardare.

