È bastata una perquisizione per riaccendere un dibattito mai sopito: quello tra il diritto all’informazione e il segreto bancario. Protagonista, suo malgrado, il giornalista investigativo Lukas Hässig, fondatore del blog Inside Paradeplatz, noto per le sue inchieste sul mondo finanziario elvetico. La polizia zurighese ha fatto irruzione nella sua redazione, sequestrando dispositivi e documenti. Il motivo? La presunta violazione dell’articolo 47 della legge federale sulle banche.
«È un articolo che esiste dal 1934, ma che nel 2015 è stato inasprito, estendendo la sua applicazione anche ai giornalisti», spiega l’avvocato Paolo Bernasconi, esperto di diritto bancario. «Da allora, chiunque – anche un reporter – riveli dati sensibili di una banca può essere perseguito penalmente».
Il caso Hässig è emblematico. Il giornalista aveva pubblicato informazioni su presunti abusi legati all’ex CEO di Raiffeisen, Pierin Vincenz. Un’inchiesta di interesse pubblico, che però ha scatenato la reazione delle autorità. «La perquisizione ha avuto conseguenze gravi: Hässig non può più lavorare, e le sue fonti sono potenzialmente esposte», sottolinea Bernasconi.
Il nodo è tutto nella tensione tra due diritti: da un lato, la tutela della riservatezza bancaria; dall’altro, la libertà di stampa. «La nostra Costituzione garantisce il diritto all’informazione e alla libertà di espressione», ricorda l’avvocato. «Ma oggi, in Svizzera, questi diritti vengono subordinati alla protezione – o meglio, all’abuso – del segreto bancario».
Il paradosso è evidente: mentre i media svizzeri rischiano fino a cinque anni di carcere per certe rivelazioni, le stesse notizie possono essere pubblicate all’estero senza conseguenze. «Il risultato è che le inchieste escono sui giornali stranieri, mentre i giornalisti svizzeri hanno le mani legate», denuncia Bernasconi. «È una norma che ha fallito il suo scopo e che andrebbe abolita».
Non mancano le pressioni internazionali. Le Nazioni Unite hanno sollevato il caso, chiedendo chiarimenti al Consiglio federale. «La risposta è stata positiva, ma il Parlamento – in particolare UDC e PLR – ha reagito chiedendo addirittura un rafforzamento dell’articolo 47», spiega Bernasconi. «È una scelta grave, che privilegia l’opacità rispetto alla trasparenza».
Il dibattito è destinato a proseguire. Ma una cosa è certa: in un’epoca segnata da fake news e disinformazione, limitare il lavoro dei giornalisti significa indebolire la democrazia. «Il giornalismo d’inchiesta è un pilastro della libertà», conclude Bernasconi. «Difenderlo è un dovere civico».
Il prezzo del silenzio
Alphaville 28.07.2025, 11:30
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