Il mondo si regge sul lavoro invisibile e non pagato (o pagato dal 16 al 39% in meno, cifre dell’Ufficio federale di statistica) delle donne. Ore di professionalità, cura, pulizia, accudimento, fatica emotiva che la società dà per scontate. Ma cosa succede se questo motore si spegne?
Le origini della Giornata internazionale della donna affondano nel socialismo di inizio Novecento. Le prime mobilitazioni chiedevano il suffragio, le 8 ore lavorative e salari dignitosi. Questa Giornata fu celebrata per la prima volta in Austria, Danimarca, Germania e Svizzera il 19 marzo 1911. Ma è l’8 marzo 1917 che le donne russe iniziarono uno sciopero che portò lo zar ad abdicare e il governo provvisorio a concedere loro il diritto di voto. Nel 1977 l’Onu ha istituzionalizzato la data.
Durante il Novecento le donne continuano a combattere per i loro diritti. Il film We Want Sex racconta lo sciopero del 1968 delle operaie Ford per ottenere orari più umani e paghe eque, e la serie Good Girls Revolt la ribellione, nel 1969, delle “brave ragazze” che lavoravano come ricercatrici per la rivista «News of the Week», spesso svolgendo il lavoro dei loro colleghi giornalisti, tutti uomini, ma venendo pagate un terzo.
Pensatrici come Mariarosa Dalla Costa, Silvia Federici, Brigitte Galtier e Selma James, con la Campagna internazionale per il salario al lavoro domestico (IWFHC), nel 1972, misero a nudo il trucco del capitale: chiamare “amore” o “istinto materno” quello che in realtà è lavoro riproduttivo non retribuito, sia dentro che fuori casa. Scioperare doveva significare anche rifiutarsi di pulire, curare e fare sesso.
Esattamente questo avviene il 24 ottobre 1975 in Islanda. È il Kvennafrídagurinn, “il giorno libero delle donne”. Quel giorno, il 90% delle donne islandesi incrocia le braccia. Nessuna stira, nessuna cucina, nessuna va in ufficio. I padri, in preda al panico, portano la prole al lavoro e svuotano i supermercati comprando l’unica cosa che sanno cucinare: le salsicce. Quel giorno dimostra che se le donne si fermano, il sistema crolla.
Ma la miccia che ha innescato l’odierno sciopero globale è stata accesa in Sudamerica. Nell’ottobre 2016, in Argentina, un’ondata impressionante di femminicidi spinge il movimento Ni Una Menos a indire il primo sciopero nazionale delle donne. L’azione si diffonde in tutto il mondo, Svizzera e Italia incluse.
Viene così convocato lo sciopero l’8 marzo del 2017. La Giornata internazionale della donna, da quel momento, in decine di paesi del mondo non viene più celebrata come un rito esausto, ma si trasforma in un momento di insorgenza. L’anno successivo, la Spagna fa la storia con la huelga feminista de 24 horas. Più di 5 milioni di donne scendono in piazza per la huelga laboral, de cuidado, estudiantil, de compra (“sciopero del lavoro, della cura, dello studio, dell’acquisto”). Da Madrid a Barcellona, urlano al mondo che l’ingiusta ripartizione del lavoro domestico è la spina dorsale del neoliberismo.
Da lì, l’onda non si ferma. In Francia, la grève féministe ha saldato la lotta contro il doppio turno di lavoro (dentro e fuori casa) a una cornice apertamente anti-estrema destra, al grido di «Quand les femmes s’arrêtent, tout s’arrête». In Germania, il Frauenstreik ha acceso i riflettori sul carico mentale in famiglia e sulle condizioni di chi fa lavoro di cura retribuito (sanità, assistenza), chiedendo una vera e propria “socializzazione della cura”.

Notiziario
Notiziario 07.03.2026, 10:00
Contenuto audio
In Svizzera, il primo grande sciopero femminista risale al 14 giugno 1991. Da 10 anni era stato introdotto nella Costituzione federale l’articolo 8 sulla parità tra i sessi, che però non aveva portato conseguenze concrete. Parteciparono più di mezzo milione di donne (su circa 6 milioni e mezzo di abitanti). L’ultimo grande sciopero femminista in Svizzera è stato il 14 giugno 2025. Gli obiettivi? Sempre gli stessi: porre fine alla discriminazione salariale e ai salari bassi, niente passi indietro sui programmi per l’uguaglianza di genere nelle grandi aziende, migliorare e potenziare i servizi per l’infanzia, combattere le molestie sessuali.
Ma nel 2022 il divario retributivo orario era ancora del 16,2%, quello complessivo del 39,5% e quello pensionistico del 30,8% (aumentato dello 0,4% nel 2023). La parità è ancora lontana.
Da vuota giornata di “festa”, l’8 marzo è tornato ad avere la potenza dirompente delle origini. Oggi scioperare non è solo non timbrare il cartellino. È rifiutare ruoli di genere stereotipati e imposti. È smettere di sorridere per compiacere, di organizzare l’agenda familiare senza nemmeno un “grazie”, e soprattutto di essere il welfare invisibile (e non pagato) dello Stato.
L’8 marzo è il giorno in cui riprendiamo fiato per far mancare l’ossigeno a un sistema che ci sfrutta.
Elisabeth Joris, una vita per le donne
Laser 09.03.2026, 09:00
Contenuto audio







