Pensa se, quando vuoi andare a un concerto - un concerto qualsiasi, non necessariamente quello di Taylor Swift o degli Oasis -, tu dovessi iniziare a pensare all’organizzazione mesi e mesi prima. Se dovessi combattere per acquistare il biglietto, senza nemmeno sapere quanti ce ne sono in totale. Se i biglietti fossero finiti ancora prima dell’apertura ufficiale delle vendite. Se non conoscessi l’indirizzo esatto dell’evento. Se non sapessi nemmeno se ci puoi arrivare, all’evento. Se non sapessi se puoi entrarci, una volta lì. O sopravviverci.
Sembra la trama di un racconto distopico, e invece è quello che vive quotidianamente chi ha una disabilità, motoria, sensoriale, intellettiva. Questa fatica non è dovuta a una mancanza di pianificazione: è una vera e propria “tassa sull’accessibilità”, un carico mentale enorme che il sistema impone a chi ha un funzionamento o un corpo che non considera “normali”.
Il report Non c’è, non si trova, non esiste, curato dal gruppo di lavoro Lato A dell’associazione Caratteri Cubitali, fotografa questa situazione nei festival musicali italiani del 2025. L’assunto di base è davvero “di base”: «l’accessibilità inizia online». Se le informazioni non ci sono, semplicemente non si può comprare il biglietto. La non-informazione diventa esclusione - in piena violazione dell’articolo 3 della Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità, che l’Italia ha firmato nel 2007 e ratificato nel 2009, e la Svizzera nel 2014. Oggi, a decenni di distanza, la situazione è ancora inaccettabile.
I dati di 100 festival italiani sono impietosi. Nel 51% dei siti analizzati non c’è una pagina dedicata all’accessibilità. Nel 71% dei casi manca una e-mail specifica per chiedere supporto. L’89% dei siti non segnala se ci sono servizi igienici accessibili, e l’87% ignora le informazioni sulle esigenze per allergie o intolleranze alimentari. Il 96% non specifica se è consentito portare dispositivi medici personali o farmaci anche salvavita.
Non è sciatteria, è abilismo sistemico. L’industria musicale (e culturale) italiana dà per scontato che il proprio pubblico sia sano, non disabile, neurotipico e senza necessità mediche.
La situazione in Svizzera non è molto diversa. Secondo l’Indice dell’inclusione 2023 di Pro Infirmis, in Svizzera ben 2 persone con disabilità su 5 si sentono limitate nella partecipazione agli eventi culturali. Per quanto riguarda la partecipazione ad attività culturali e sportive, la percentuale sale addirittura al 50%. I motivi sono i costi (anche per l’assistenza personale), le barriere architettoniche e comunicative, l’impegno fisico o mentale eccessivo per partecipare ad attività nel proprio tempo libero e l’impossibilità di accedere, in quanto disabile, all’offerta culturale.
A differenza della Francia, che ha leggi vincolanti dal 2005, in Svizzera manca una strategia nazionale strutturata e il Messaggio per la cultura 2025-2028 della Confederazione non spinge abbastanza sull’inclusione.
Esistono, per fortuna, delle eccezioni. In Italia, il Report di Caratteri Cubitali cita Ypsigrock, nel cuore delle montagne siciliane. Nonostante la posizione non molto felice dal punto di vista geografico, questo festival mostra attenzione per l’accessibilità, anche digitale, segno che “si può fare” anche senza budget stratosferici o condizioni perfette.
Il report contiene una sezione finale positiva e propositiva, con buone pratiche da diversi festival europei. Per esempio, si sta diffondendo l’uso dell’access rider (“scheda delle necessità specifiche”) per chi si esibisce (sì, esistono cantanti con disabilità!), un documento con cui chi lavora nello spettacolo può definire le proprie necessità di accesso e sicurezza senza doverle spiegare o doversi giustificare ogni volta.
Anche in Svizzera, il cambiamento arriva dal basso: sono le associazioni e i collettivi, spesso, che raccolgono dati e suggeriscono o attuano buone pratiche di accessibilità. Ma quello che serve è un cambio di mentalità: l’accessibilità non è una concessione pietistica o un favore organizzativo. È un diritto umano fondamentale. Se continuiamo a progettare eventi che nascondono le informazioni o non prevedono in modo strutturale la convivenza delle differenze, non stiamo facendo cultura. Stiamo creando dei circoli privati per persone privilegiate.
La prossima volta che vai a un evento culturale, guardati intorno e chiediti: chi abbiamo lasciato fuori dalla porta stasera? Potrebbero essere quasi 2 milioni di persone.
Musica per tutti
Voi che sapete... 19.01.2026, 16:00
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