L’infanzia non è un luogo che si abbandona. È una una grammatica emotiva che continua a operare molto dopo che abbiamo imparato a leggere, lavorare. Le asimmetrie che la definiscono – il genitore grande e il bambino piccolo, uno che sa e uno che impara – non scompaiono con la crescita: si trasformano in modi di stare al mondo. È in questa sproporzione originaria che si formano le prime idee sul potere, sull’amore. E, soprattutto, su noi stessi. Come sosteneva Donald Winnicott: non esiste il bambino, esiste un bambino e qualcuno che se ne prende cura. Ed è in questa relazione che si costruisce la nostra prima immagine del mondo.
Il bambino vive in un ambiente in cui l’adulto è inevitabilmente più forte, più competente, più necessario. Questa disparità non è un errore: è la condizione stessa della cura. Ma proprio perché inevitabile, può generare una miscela complessa di tenerezza e intimidazione, di fiducia e paura. Gli adulti, spesso senza accorgersene, proiettano sui bambini parti di sé che non sanno gestire: ansie, aspettative, fragilità. È ciò che la psicoanalisi contemporanea definisce childism: non un abuso esplicito, ma un pregiudizio culturale che vede il bambino come un contenitore di fantasie adulte, più che come un soggetto autonomo.
Come viene spiegata ai bambini oggigiorno la paura? (3./5)
Ciclostilabili 25.02.2026, 15:30
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Il bambino, per sopravvivere emotivamente, si adatta. Se il bisogno viene accolto con irritazione, impara a non averne. Se la curiosità viene vissuta come minaccia, la riduce. Se la tristezza spaventa l’adulto, la nasconde. Questo processo non è passivo: è un atto creativo, una strategia di protezione. Ma lascia un segno.
Queste tracce non restano confinate al passato, ma si ripercuotono sulla vita adulta. Diventano stili relazionali, modi di reagire, forme di difesa. Alcuni adulti compensano diventando iper‑competenti, iper‑responsabili, incapaci di chiedere aiuto. Altri oscillano tra il desiderio di vicinanza e la paura di essere sopraffatti. Altri ancora vivono l’intimità come un territorio condizionato: si sentono amabili solo se performano, solo se non disturbano, solo se non mostrano la parte fragile.
La psicologia dello sviluppo e le neuroscienze affettive mostrano come queste dinamiche siano radicate nei primi anni di vita, quando il cervello è più plastico e la dipendenza dall’adulto è totale. Le prime relazioni diventano modelli interni, mappe che continuiamo a usare anche quando non ci servono più. Non perché siamo “bloccati”, ma perché il nostro sistema emotivo è stato costruito così. John Bowlby lo riassumeva in modo spietato: siamo modellati da chi abbiamo amato e da come siamo stati amati.
All’altezza dei giovani lettori
Laser 26.05.2026, 09:00
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La buona notizia è che queste mappe possono essere riscritte. Non cancellate – l’infanzia non si può cancellare (i rischi del rimosso sono abnormi) – ma trasformate, ripercorrendo, ricordando, ammettendo, confessando tutto quello che abbiamo vissuto. Diventare adulti, allora, non significa liberarsi dell’infanzia, ma imparare a essere il tipo di adulto che sarebbe servito a noi da piccoli. Significa riconoscere che la forza non sta nel controllo, ma nella capacità di accogliere ciò che si è. Significa smettere di proiettare sugli altri ciò che non riusciamo a tollerare in noi stessi. E soprattutto significa dare spazio alla persona “piccola” che siamo stati, senza vergogna e senza paura.
L’infanzia non finisce mai. Ma possiamo decidere che cosa farne. E questa, forse, è la forma più alta di maturità.


