Società
Gen Z

La generazione della vergogna

Come la cultura del “cringe” ha trasformato l’imbarazzo in uno strumento di giudizio sociale, alimentando insicurezze, conformismo e paura di esporsi tra i più giovani

  • Oggi, 10:00
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  • Keystone
Di: Giulia Apollone 

Oggi, per un adolescente o un ventenne, c’è forse un insulto peggiore di tutti: essere definito cringe. La parola viene dall’inglese to cringe, “rannicchiarsi”, “ritrarsi per disagio o imbarazzo”. In origine descriveva una reazione fisica, quasi involontaria; oggi indica invece quella sensazione di vergogna per procura che proviamo osservando qualcuno fare qualcosa che percepiamo come fuori luogo, goffo o socialmente stonato.

Fin qui sembrerebbe un fenomeno innocuo. Dopotutto l’imbarazzo esiste da sempre. Ma nell’ecosistema dei social media il cringe è diventato qualcosa di più di una semplice emozione: è una categoria morale, un giudizio istantaneo, un modo di stabilire chi conosce le regole del gioco e chi invece ne resta escluso. Secondo diversi studiosi il cringe funziona come un meccanismo di regolazione sociale che segnala ciò che è accettabile e ciò che non lo è all’interno delle comunità digitali.

Il meccanismo è semplice. Scorri TikTok o Instagram, ti imbatti nel video di una persona che balla in modo impacciato, che si mostra troppo entusiasta o che prova ad adattarsi a un linguaggio che non padroneggia. Il verdetto arriva immediato: cringe. E il piacere non deriva soltanto dall’osservare l’imbarazzo altrui. Deriva anche dal sentirsi dall’altra parte della barricata, tra quelli che hanno capito il codice culturale del momento. La persona cringe è chi sbaglia; chi giudica, invece, si sente automaticamente nel gruppo dei consapevoli.

Il problema nasce quando la categoria si allarga a dismisura. Non è più cringe soltanto chi si comporta in modo eccessivo o bizzarro. Può esserlo un modo di vestire, un gusto musicale, una pettinatura, un’espressione linguistica o perfino un atteggiamento troppo sincero. Nella guerra simbolica tra generazioni, ad esempio, molti contenuti associati ai Millennial sono stati etichettati come cringe dalla Gen Z: dai jeans skinny alle caption motivazionali, fino a una certa spontaneità considerata ormai fuori moda.

Così il cringe si trasforma in una vera e propria cultura della vergogna. Il rischio non è tanto quello di essere derisi dagli altri, quanto di esporsi. Se ogni gesto può essere giudicato imbarazzante, la soluzione più sicura è non fare nulla. Adolescenti e giovani adulti sono paralizzati dal timore di risultare cringe, al punto da rinunciare a dichiararsi, esprimere un’opinione, pubblicare un contenuto o mostrarsi vulnerabili.

Le conseguenze sono visibili anche nelle relazioni. Proliferano i profili social secondari, chiusi a pochi amici fidati, mentre quello principale diventa una vetrina sterilizzata e controllata. Ogni contenuto viene filtrato, ogni emozione dosata. La paura dell’imbarazzo finisce per limitare non solo la creatività, ma anche la spontaneità dei rapporti umani. Alcuni osservatori collegano questa dinamica all’aumento della solitudine e alla difficoltà di molti giovani nel vivere relazioni autentiche.

Per quanto riguarda le soluzioni, Erica Mallett, creator e consulente neozelandese, afferma che «La strategia per alleggerire la paura di essere cringe si fonda sulla defusione cognitiva. Ovvero, bisognerebbe invitare e aiutare gli adolescenti a separare la propria identità percepita dal pensiero critico negativo verso sé stessi e incoraggiare l’esposizione al rischio sociale invece del ritiro. L’imbarazzo, infatti, dovrebbe essere letto come prova del fatto che si sta uscendo dalla zona di comfort. È importante insegnare loro a normalizzare la ‘goffaggine’».

La verità è che non possiamo vivere senza essere cringe. Chi non è mai stato imbarazzante, innamorato troppo apertamente, entusiasta nel momento sbagliato o goffamente fuori moda? Il contrario del cringe non è l’eleganza. È l’immobilità. E una generazione ossessionata dall’idea di sembrare ridicola rischia di smettere di esporsi, di sbagliare, di tentare: in altre parole, di vivere.

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Il disagio psichico e la Gen Z

Modem 31.03.2026, 08:30

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