È tutto un grande, indecente luna park. Da una parte la Casa Bianca che monta un video di guerra sulla Macarena: missili, soldati, esplosioni… e sotto la colonna sonora da villaggio turistico.
Dall’altra, gli iraniani che rispondono con un Trump di plastica, versione Lego, come se il conflitto fosse un cartone animato. È la guerra ridotta a clip, a meme, a giocattolo. E già questo basterebbe per capire a che punto siamo precipitati.
Poi arrivano le parole, quelle che dovrebbero pesare come macigni e invece scivolano via come battute da bar. “È più divertente affondare una nave che catturarla.” Divertente. Gli astanti si fanno una risata.
La distruzione come passatempo, la violenza come gag. E non manca lo show religioso: evangelici benedicono il leader come fosse un santo guerriero: un rito che mescola fede e geopolitica con la leggerezza di uno spettacolo domenicale.
E poi c’è il linguaggio di Netanyahu, che segue la stessa logica: frasi secche, slogan pronti per essere rilanciati, un tono che non cerca di spiegare ma di colpire. “Gli stiamo rompendo le ossa”. Sono frasi cariche di rancore, calibrate per i social, per i titoli, per la clip da trenta secondi. La guerra come format. La tragedia come contenuto.
E noi? Noi stiamo lì, a guardare questo circo, mentre l’etica evapora. Perché la verità è questa: non è solo la guerra ad aver perso la sua umanità. L’abbiamo persa noi, nel modo in cui la raccontiamo, la consumiamo, la digeriamo. Abbiamo trasformato il dolore in intrattenimento, la morte in estetica, la sofferenza in colonna sonora.
Il risultato è un mondo che non vede più le vittime, vede solo il montaggio. Un mondo che non ascolta più il dolore, ascolta solo il ritmo. Un mondo che ha smesso di vergognarsi.

Notiziario
Notiziario 11.03.2026, 11:00
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