Vite sorvegliate

Gli occhiali che ti catturano

Con dispositivi sempre più simili a occhiali comuni, la registrazione diventa invisibile e il consenso opaco. La diffusione degli occhiali con microcamere integrate riporta al centro il nodo fra corpo, immagine e privacy

  • Ieri, 17:00
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Di: Alphaville/EBo 

Gli occhiali intelligenti non sono più un oggetto futuristico: entrano progressivamente nella quotidianità, diventano discreti, quasi indistinguibili da quelli tradizionali. E proprio questa invisibilità apre interrogativi nuovi e urgenti: cosa accade quando la registrazione diventa impercettibile, quando la relazione tra chi guarda e chi è guardato sfugge a ogni segnale evidente?

Dietro la fascinazione per una visione “aumentata” si nasconde un nodo antico, che affonda le radici nella nascita stessa della fotografia. «Questo tipo di rapporto nasce più di 150 anni fa», spiega Claudia Attimonelli, docente di Studi visuali e cultura digitale all’Università di Bari. «Sin dall’inizio siamo stati messi di fronte alla violenza di uno sguardo prodotto da una macchina».

La novità degli occhiali con fotocamera non sta dunque nell’atto di registrare, ma nella sua normalizzazione e invisibilità. La miniaturizzazione del dispositivo e la possibilità di eludere i segnali luminosi trasformano lo spazio pubblico in un territorio potenzialmente sorvegliato, dove il consenso diventa opaco. In rete circolano video girati senza informare le persone coinvolte, spesso donne: materiali che rispondono a logiche di esibizione, di potere, talvolta di ricatto.

Secondo Attimonelli, il problema non si esaurisce nella relazione tra autore e soggetto. «Tutto quello che avviene non si esaurisce tra chi fotografa e l’oggetto fotografato: si rientra in una piattaforma estremamente stratificata», dove intervengono algoritmi, operatori umani e condizioni d’uso spesso accettate senza consapevolezza.

È qui che si innesta una seconda relazione, quella con il pubblico. Le immagini rubate non sono semplicemente viste: vengono condivise, commentate, inserite in circuiti di attenzione che possono amplificare la violenza originaria. «Diamo per scontato che i dati possano essere utilizzati e che forse qualcuno potrebbe farne un uso non consensuale», osserva la studiosa, indicando una sorta di assuefazione collettiva alla perdita di controllo.

La questione ha anche una dimensione storica e simbolica. La rappresentazione del corpo femminile è da sempre attraversata da uno sguardo che tende a oggettivizzare. Gli occhiali digitali non fanno che accelerare e rendere diffusa questa dinamica. Tuttavia, ridurre il fenomeno a una semplice continuità sarebbe limitante. «Ci sono state conquiste importanti di autonomia e libertà», sottolinea Attimonelli, ma «nel momento in cui il corpo diventa immagine, insiste su di esso uno sguardo che non è mai neutro».

Nel passaggio dalla presenza fisica al “corpo elettronico” – come lo definisce la docente – si perde una parte del controllo sulla propria identità. Le immagini circolano, si trasformano, restano accessibili nel tempo. «Saremo sempre più esposte a queste violenze di sguardo, al di là della nostra possibilità di controllare che fine faccia la nostra immagine», avverte.

Ma il cambiamento non riguarda solo i rischi: investe anche il modo in cui percepiamo il mondo. Guardare attraverso una lente connessa significa mediare l’esperienza, selezionare, registrare, archiviare. La realtà diventa un flusso di contenuti potenzialmente condivisibili, e questo altera la qualità stessa dell’attenzione. L’esperienza si sdoppia: vivere e documentare coincidono sempre più.

Di fronte a questo scenario, Attimonelli insiste sulla necessità di una nuova alfabetizzazione visiva. «Abbiamo bisogno di un’educazione alle immagini», afferma, capace di distinguere tra corpo reale e rappresentazione, di sviluppare consapevolezza sui rischi e sulle responsabilità.

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Guardare il mondo con gli occhiali smart

Alphaville 13.05.2026, 11:45

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  • Francesca Rodesino

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