Appenzello e altrove

Le maschere che svegliano l’inverno

I Silvesterchlausen non celebrano il folclore: custodiscono un’antica paura e la trasformano in un cammino collettivo, tra jodel primordiali e campanacci che tengono vivo il mondo

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Di: Prima Ora/Mat 

I Silvesterchlausen dell’Appenzello arrivano all’alba del 13 gennaio (Capodanno secondo il calendario giuliano), quando il freddo è ancora una lastra compatta e il paese sembra trattenere il respiro. Non parlano. Non spiegano. Si limitano a camminare, a suonare, a jodelare senza parole, come se la voce dovesse tornare a uno stato primordiale per dire qualcosa che il linguaggio non regge più.

Le maschere – i Belli, i Brutti, i Semi-brutti – non sono travestimenti. Sono mondi portati in spalla. Legno intagliato, fili di lana, specchietti, miniature di paesaggi appesi come altari domestici. Ogni gruppo ci lavora per mesi, in silenzio, con una dedizione che non ha nulla di folcloristico. È un gesto che appartiene più alla necessità che alla tradizione: come se, senza quelle maschere, l’anno nuovo non potesse cominciare davvero.

Il loro passaggio è un’esperienza fisica. Prima senti i campanacci, un rimbombo che vibra nello stomaco. Poi lo jodel, un canto senza testo che sembra venire da un tempo in cui l’uomo non aveva ancora deciso di separarsi dalla natura. Infine le figure, lente, solenni, quasi ipnotiche. Non portano solo auguri: portano un equilibrio. Un modo di tenere insieme ciò che l’inverno divide.

Ospite di Prima Ora, Francesco Campione, direttore del Museo delle Culture di Lugano, lo dice con una chiarezza che spiazza: queste maschere nascono da una paura antica, la più semplice e la più radicale. La paura che la primavera non torni. Che il mondo resti bloccato in un gelo senza fine. E allora i Brutti diventano ciò che l’inverno ha di più oscuro, le forze che vanno affrontate e ricondotte al loro posto. I Belli sono la risposta: ordine, rinascita, la promessa che la luce tornerà. I Semi-brutti sono il compromesso, la natura che si è lasciata addomesticare ma non del tutto.

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Il mondo delle maschere

Prima Ora 13.01.2026, 18:00

È un teatro arcaico, ma non c’è nulla di teatrale. Nessuno recita. Nessuno interpreta. È un rito che funziona solo perché chi lo compie ci crede davvero. Non per nostalgia, ma per una forma di lucidità: certe cose non si spiegano, si fanno.

E poi c’è la maschera in sé, che non appartiene solo all’Appenzello. È un archetipo globale, un oggetto che tutte le culture hanno usato per dire ciò che non si può dire a volto scoperto. Campione lo ricorda bene: la maschera è un gioco infinito, un dispositivo che permette all’essere umano di mostrare le identità che la vita quotidiana gli impedisce di esprimere. In Occidente, il cristianesimo l’ha guardata con sospetto, come se moltiplicare i volti fosse un tradimento dell’unico volto concesso. Ma altrove – e in fondo anche qui, sotto la superficie – la maschera è sempre stata un modo per diventare altro, o forse per diventare finalmente se stessi.

Guardando i Silvesterchlausen camminare nella neve, si capisce che la maschera non serve a nascondere. Serve a rivelare. A ricordarci che l’identità non è un blocco, ma un movimento. Che dentro ognuno di noi convivono il bello, il brutto e tutto ciò che sta nel mezzo. E che, una volta all’anno, vale la pena lasciarli uscire, farli suonare, farli cantare, farli camminare insieme. Perché il mondo, per rinascere, ha bisogno di tutti i suoi volti.

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I Silvesterchlausen di Appenzello Esterno

Telegiornale 13.01.2025, 20:00

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