Una valanga non nasce mai all’improvviso: comincia con un piano inclinato, un accumulo lento, quasi impercettibile, e poi un rumore secco, un cedimento minimo, un nulla che diventa tutto. L’ordine internazionale oggi assomiglia a quel pendio carico di neve: basta un errore di calcolo, un incidente marginale, un gesto mal interpretato perché la massa inizi a scivolare. È per questo che la possibilità di un conflitto globale torna a essere evocata non come profezia, ma come rischio strutturale. Le grandi potenze si muovono come se la storia stesse accelerando verso questo punto di non ritorno, e questo punto si chiama Iran..
L’Iran non è un Paese qualsiasi: è un organismo storico che attraversa i millenni. La sua continuità è quasi un’anomalia nel mondo moderno. Dai regni elamiti all’impero achemenide, dai Sasanidi ai Safavidi, l’altopiano iranico è stato un centro di civiltà, un crocevia tra Mediterraneo, Asia centrale e subcontinente indiano. Questa profondità non è un dettaglio culturale: è la ragione per cui l’Iran non si comporta come un semplice Stato-nazione, ma come l’erede di una lunga tradizione imperiale che sopravvive dentro una repubblica contemporanea. È anche la ragione per cui nessuna potenza esterna è mai riuscita davvero a piegarlo.

Video: nuova serie di attacchi contro l’Iran
RSI Info 01.03.2026, 12:13
La geopolitica classica ha sempre collocato l’Iran in una posizione decisiva. Halford Mackinder vedeva l’Eurasia come il “cuore del mondo”, e l’Iran come una delle sue porte d’accesso. Nicholas Spykman, più pragmatico, sosteneva che chi controlla il “rimland”, la fascia costiera dell’Eurasia, controlla il destino globale: e l’Iran è esattamente al centro di quella fascia. Per questo, ogni volta che il sistema internazionale entra in una fase di competizione, l’Iran torna al centro della scena. Non per volontà propria, ma per posizione.
Oggi la competizione non è più bipolare come durante la Guerra fredda. È una competizione a più livelli: Stati Uniti, Cina, Russia, potenze regionali come Arabia Saudita e Turchia. In questo mosaico, l’Iran è insieme un attore e un terreno di contesa. Gli Stati Uniti, da oltre settant’anni, oscillano tra due strategie: isolare l’Iran o integrarlo. La prima è stata dominante: dal colpo di Stato del 1953 alla rivoluzione del 1979, dalle sanzioni degli anni ’90 fino alle tensioni più recenti. La logica è sempre la stessa: impedire che l’Iran diventi il perno di un blocco euroasiatico ostile.

Polveriera Iran
Modem 02.03.2026, 08:30
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Gli studiosi realisti come John Mearsheimer lo ripetono da tempo: la grande paura americana non è l’Iran in sé, ma la possibilità che esso si saldi stabilmente con Russia e Cina, creando un corridoio geopolitico che colleghi il Mediterraneo all’Asia orientale senza passare per l’Occidente. In questa prospettiva, la pressione sull’Iran non è un episodio, ma un capitolo di una strategia più ampia: contenere l’ascesa cinese e impedire la formazione di un “continente politico” alternativo. Per cui non è affatto peregrina e velleitaria l’azione di Trump, ma incarna la volontà di soggiogare il Medio Oriente al proprio dominio, in vista di una potenziale terza guerra mondiale contro l’impero cinese (per altro, già in atto, sebbene a pezzetti, come Papa Francesco aveva con lungimiranza constatato).
La Cina, dal canto suo, ha investito molto nell’Iran: infrastrutture, energia, accordi militari, cooperazione tecnologica. Per Pechino, l’Iran è un tassello della Belt and Road Initiative, la grande rete che dovrebbe collegare l’Asia all’Europa. Per l’Iran, la Cina è una garanzia di sopravvivenza economica e diplomatica. È qui che la storia lunga incontra la geopolitica contemporanea: l’antica Persia era già un crocevia della Via della Seta. Oggi, in forme nuove, quel ruolo ritorna.
L’Iran non è invincibile, ma è resiliente. Ha una popolazione istruita, una cultura politica complessa, una tradizione statale millenaria. È un Paese che ha conosciuto invasioni, rivoluzioni, guerre, e che ogni volta è riemerso con una forma diversa ma con la stessa identità di fondo. Gli storici lo notano spesso: gli imperi passano, l’Iran resta.
Non sappiamo come evolverà la competizione globale, né se le tensioni attuali possano degenerare in un conflitto più ampio. Ma possiamo dire che l’Iran continuerà a essere un punto di frizione e di equilibrio. Non perché lo voglia, ma perché la sua storia, la sua geografia e la sua identità lo collocano lì. In un mondo che sembra muoversi sempre più velocemente, l’Iran ricorda che alcune forze — le civiltà, le rotte, le montagne, le memorie — si muovono lentamente, e proprio per questo determinano il corso degli eventi.
Ciro il Grande e l’Impero persiano (di Claudio Visentin)
RSI Cultura 21.09.2016, 15:30
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