La recente scomparsa di Susan George (29 giugno 1934 – 14 febbraio 2026) riporta alla memoria una stagione che ha segnato un’intera generazione di attivismo globale. Politologa e attivista, tra le fondatrici del Transnational Institute di Amsterdam, George fu una voce anticipatrice: già negli anni Settanta sosteneva che la fame nel mondo non fosse un problema demografico ma di distribuzione delle risorse, denunciando l’impatto delle politiche neoliberiste su servizi pubblici, agricoltura e Paesi del Sud globale. Ma che fine ha fatto, oggi, il movimento no global?
La traiettoria personale di George si è intrecciata con quella del movimento altermondialista tra il 1999 e il 2003, stagione che vide mobilitazioni imponenti da Seattle a Porto Alegre fino al G8 di Genova. Vittorio Agnoletto, portavoce del Genoa Social Forum, ricorda ad Alphaville che quel movimento non amava definirsi no global, perché proponeva alternative concrete più che semplici opposizioni. La sociologa Donatella Della Porta aggiunge che l’espressione era usata soprattutto dai media e che l’obiettivo era costruire “un’altra globalizzazione possibile”, capace di mettere in discussione il potere crescente delle istituzioni economiche internazionali e al tempo stesso di sperimentare forme di democrazia partecipativa.
George fu una delle figure più ascoltate: a Genova, durante l’assemblea inaugurale, avvertì che la finanziarizzazione dell’economia avrebbe portato a una crisi sociale ed economica diffusa. Una previsione che, come ricorda Agnoletto, si sarebbe verificata in pochi anni. Il movimento, allora, sembrava avere una grande forza aggregativa, culminata nel 2003 con la mobilitazione globale contro la guerra in Iraq, con oltre cento milioni di persone in piazza. Poi arrivò l’11 settembre e la “guerra al terrore”, che cambiarono il quadro internazionale, spostando l’attenzione dallo scontro sociale a quello culturale e indebolendo la visibilità e la centralità del movimento.
Che fine ha fatto il movimento no global?
Alphaville 25.02.2026, 12:05
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Che fine ha fatto quel mondo? Secondo Della Porta, non è affatto scomparso: è diventato meno riconoscibile, si è frammentato e ha cambiato forma. Le reti nate nei Social Forum hanno continuato a esistere e riemergono nelle mobilitazioni contemporanee: nel movimento per il clima, nei femminismi, nelle iniziative per la pace, nelle campagne sui beni comuni. L’onda lunga del movimento si è vista in Italia con il referendum sull’acqua pubblica del 2011, dove una schiacciante maggioranza respinse la privatizzazione: un esempio di come quell’eredità abbia continuato a produrre effetti concreti.
Oggi però lo scenario è radicalmente diverso. Come osserva Agnoletto, soffriamo un «deserto della politica» incapace di immaginare alternative sistemiche, mentre le crisi che il movimento aveva previsto - disuguaglianze crescenti, concentrazione della ricchezza, crisi climatica - si sono intensificate. Le strutture del potere economico globale si sono rafforzate, e l’azione dei movimenti è spesso costretta a confrontarsi con spazi democratici più ristretti, un’informazione polarizzata e una società frammentata. Allo stesso tempo, mai come oggi le questioni sollevate allora sono centrali: le filiere alimentari, la finanza internazionale, la giustizia ambientale, i diritti dei lavoratori nelle catene globali del valore.
Il movimento altermondialista, dunque, non esiste più nella forma compatta dei primi anni Duemila, ma la sua eredità circola nei movimenti attuali e nelle lotte che cercano di tenere insieme crisi sociale ed emergenza ecologica. E proprio qui la voce di Susan George risuona ancora con forza: la sua capacità di leggere in anticipo le fratture del sistema globale resta un riferimento prezioso in un tempo in cui quelle stesse fratture sono diventate il nostro paesaggio quotidiano.







