Attenzione: in questo articolo porto esempi di violenza coloniale. Se questo argomento è delicato, non continuate con la lettura.
Le parole sono mappe. Ci dicono dove ci troviamo nel mondo e, soprattutto, da quale punto di vista lo stiamo guardando. Ma cosa succede se la mappa che usiamo ogni giorno è stata disegnata secoli fa, da potenze coloniali, per giustificare il proprio dominio? Continuiamo a parlare una lingua intrisa di violenza, retaggio di un passato che non abbiamo mai realmente decostruito. Oggi la società ci chiede di fare i conti con gli enormi danni del colonialismo. E questa assunzione di responsabilità passa anche dal nostro vocabolario.
L’eredità coloniale è evidente già nel modo in cui nominiamo lo spazio. «Appena sento “Medio Oriente”, mi arrabbio», spiega la scrittrice e psichiatra egiziana Nawāl al-Saʿdāwī. «“Medio” per chi? [...] Ci hanno chiamato “Medio Oriente” perché eravamo una colonia britannica, così l’Egitto era “Medio Oriente” rispetto a Londra. E l’India veniva chiamata “Estremo Oriente” rispetto a Londra, perché anche l’India era una colonia. Quindi ora, quando vado a Londra, dico che vado in “Medio Occidente”. E la gente ride. Quando vado negli Stati Uniti, dico che vado in “Estremo Occidente”. E la gente ride anche in questo caso. Ma quando lei [l’intervistatrice, ndr] dice “Medio Oriente”, nessuno ride. Vedete? Questo è colonialismo. Questo è un linguaggio coloniale, che dovremmo decolonizzare» (traduzione mia).
Quando parliamo di “Medio Oriente”, “Estremo Oriente” o “Terzo Mondo”, stiamo implicitamente posizionando una bussola che ha il suo centro in Europa, che si autoproclama punto zero della civiltà. È una visione situata e escludente.
Lo stesso meccanismo scatta quando usiamo la parola “America” come sinonimo di Stati Uniti. L’America è un continente vastissimo, non una singola nazione. Il musicista Bad Bunny, durante il Superbowl di quest’anno, ha nominato molti stati, reggendo una palla con il messaggio: “Together We Are America” (“Insieme siamo l’America”). Ricordando che l’America va dal Canada all’Argentina, ha compiuto un potente atto di decolonizzazione in diretta mondiale. Ha sottratto il monopolio di un nome a una superpotenza per restituirlo a un intero continente.
Bad Bunny al Super Bowl: “Insieme siamo l’America”
RSI Info 09.02.2026, 12:09
Pratica contraria ma parallela è generalizzare, per ignoranza e superficialità: Africa, Asia e Sudamerica sono continenti sterminati, non singole nazioni. Inoltre, l’espressione “Africa nera”, a indicare l’Africa Subsahariana, porta con sé la visione, coloniale e predatoria che sia «un continente “vergine”, privo di ogni civiltà, di ogni cultura, perfino di ogni morale, un continente da “civilizzare” ed educare, pur sfruttandone le ricchezze naturali», come spiega Amadou Hampâté Bâ, filosofo e antropologo maliano.
Non possiamo dimenticare che l’Italia ha radici coloniali che non ha mai ripudiato o affrontato seriamente. La Svizzera non ha avuto colonie proprie, ma è stata profondamente intrecciata al colonialismo europeo attraverso commercio, finanza, missioni, mercenariato, diffusione di teorie razziste pseudoscientifiche e sfruttamento di persone schiavizzate, come viene raccontato nella mostra Colonialismo. Intrecci globali della Svizzera (allo Château de Prangins fino all’11 ottobre 2026). “Persone schiavizzate” e non “schiave e schiavi”, sì, perché usare l’aggettivo, invece del sostantivo, «permette di separare la condizione imposta a chi subisce la schiavitù dallo status identitario di “essere” in schiavitù. Le persone non erano schiave; erano state schiavizzate», spiega la storica statunitense P. Gabrielle Foreman.
Retaggi coloniali sono anche espressioni di uso comune: prendiamo la parola “ambaradan”, usata comunemente per descrivere una grande confusione o una baraonda. Questa parola deriva dall’Amba Aradam, un massiccio montuoso in Etiopia dove, nel 1936, le truppe italiane compirono una strage spaventosa di civili e forze locali, usando persino gas tossici. Usare il nome di un massacro per indicare “una situazione disordinata e caotica” significa cancellare il sangue dal nostro passato.
Altri modi per imporre il proprio dominio è imporre la propria lingua. «Ero solo una ragazzina quando ho letto le parole di Adrienne Rich, “questa è la lingua dell’oppressore, ma ho bisogno di parlarti”. Questa lingua che mi ha consentito di frequentare l’università, di scrivere una tesi di laurea, di sostenere colloqui di lavoro, ha l’odore dell’oppressore», scrive bell hooks, scrittrice e attivista statunitense nera, in Elogio del margine (Tamu, 2020).
Questo tipo di dominio continua anche oggi, in modi nuovi: la standardizzazione linguistica imposta dall’intelligenza artificiale ricalca le logiche coloniali: lo dimostrano le ricercatrici Bettina Migge e Britta Schneider in un articolo che ho scoperto grazie a Alice Orrù, che ne ha parlato più diffusamente in La lingua neutra non esiste, ma la IA la usa. Migge e Schneider criticano la “materializzazione” della lingua operata dagli algoritmi, che riducono la complessità dei linguaggi a dati quantificabili, escludendo le varianti non egemoniche.
Le nazioni europee, Italia compresa, sono state e sono ancora responsabili di violenze sistemiche. E se in passato le armi erano la conquista di territori “selvaggi”, oggi il pensiero coloniale prosegue attraverso forme nuove, come l’uso violento della lingua. Questo dimostra che non abbiamo ancora assunto una responsabilità storica rispetto al passato e una responsabilità attiva rispetto al presente. Responsabilità che inizia prestando ascolto, facendo spazio e scegliendo, ogni giorno, con quali parole costruire la realtà.
La Svizzera e il Colonialismo
Geronimo 12.10.2020, 11:35
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