La pornografia resta al centro del dibattito pubblico, ma quasi sempre in modo laterale: scandali legati alle piattaforme, dibattiti sull’educazione sessuale/affettiva, campagne contro la violenza digitale. Raramente ci si ferma a considerare il porno per ciò che è davvero: una delle infrastrutture culturali più pervasive del nostro presente.
Intrattenimento marginale o questione morale - penseranno i più. In realtà, la pornografia è un dispositivo culturale - che già dai suoi albori - plasma l’immaginario erotico, educa implicitamente al desiderio e normalizza rapporti di potere. Non serve essere consumatori abituali per esserne influenzati: il porno viene filtrato nelle pubblicità, nell’estetica dei social, persino nel linguaggio con cui raccontiamo il corpo. È un’infrastruttura invisibile, ma potentissima.
La pornografia è uno specchio diretto dei valori politici, economici e sessuali della società che la produce
Audre Lorde, The Uses of the Erotic: The Erotic as Power, intervista del 1978
La pornografia non rappresenta semplicemente il desiderio: lo produce e lo disciplina. Nel porno mainstream nulla è neutro. I corpi vengono ordinati, etichettati, resi leggibili attraverso categorie che sembrano descrittive, ma sono in realtà normative: età, razza, genere, (dis)abilità, conformità ai canoni estetici dominanti. Come ricorda Gayle Rubin, ogni società costruisce una “gerarchia del sesso” che stabilisce cosa è legittimo e cosa no. Il porno non solo riflette questa gerarchia: la erotizza, la rafforza. Il centro dell’immaginario resta occupato da corpi bianchi, giovani, magri, cisgender. Tutto ciò che devia da questa norma viene spinto ai margini sotto forma di nicchia.
Uno degli aspetti più evidenti è la razzializzazione del desiderio. Le categorie pornografiche che definiscono i corpi non bianchi condensano stereotipi coloniali: ipersessualizzazione, esotizzazione, disponibilità. In Black Looks: Race and Represetation (1992) l’attivista e scrittrice bell hooks denuncia la violenza dello sguardo bianco e mostra come la lente coloniale continui a operare nei media, trasformando i corpi razzializzati in superfici su cui proiettare fantasie di dominio. Il corpo femminile appare spesso come oggetto, raramente come soggetto desiderante, mentre quello maschile come dominante, ipersessuale, privo di complessità. In A Taste for Brown Sugar: Black Women Pornography (2014) Mireille Miller-Young mostra come la pornografia sia uno specchio delle gerarchie razziali e di genere nella società statunitense, ma anche un luogo in cui le donne nere hanno costruito forme di resistenza e soggettività.
Non è solo una questione di rappresentazione, ma di pedagogia erotica: il porno insegna che la differenza è eccitante solo se subordinata. E nell’ecosistema digitale, algoritmi e piattaforme amplificano questa logica: il razzismo diventa metadato. Safiya Noble lo definisce “oppressione algoritmica”: un meccanismo che - travestito da neutralità tecnica – contribuisce ad acuire le disuguaglianze e a rafforzare disparità.

Una generazione nata e cresciuta con i porno
Falò 06.05.2025, 20:59
Recentemente il mercato pornografico ha assorbito il linguaggio della diversità. Corpi grassi, maturi, disabili o non conformi ai canoni entrano nell’immaginario visivo, ma quasi sempre come eccezione erotica. Una presenza che sembra più vicina al tokenismo che a una trasformazione reale.
La domanda è inevitabile: la visibilità è sempre emancipatoria? Judith Butler ci ricorda che essere visibili non significa automaticamente essere riconosciuti come soggetti complessi. Spesso significa essere guardati da uno sguardo che resta normativo, maschile, dominante.
Il porno è uno dei primi spazi di visibilità per le persone trans, ma spesso costruita attraverso categorie umilianti o sensazionalistiche. I corpi trans vengono ridotti a genere sessuale o trasgressione. Titoli, narrazioni e pratiche di misgendering producono una violenza simbolica normalizzata, anche quando il contenuto è consensuale. Allo stesso tempo, per molte persone trans il porno resta uno dei pochi ambiti di accesso al reddito. T.L. Cowan parla di “economia della sopravvivenza queer”: spazi in cui la visibilità offre autonomia economica, ma non necessariamente dignità simbolica.
La quasi totale assenza di corpi disabili nel porno mainstream racconta un’altra verità scomoda: non tutti sono considerati degni di desiderio. Quando la disabilità appare, è spesso come curiosità, raramente come esperienza erotica legittima. La Teoria crip – da R. McRuer ad R. Thorneycroft – mostrano come la disabilità venga sistematicamente esclusa dall’immaginario erotico occidentale. Il porno, in questo senso, svolge una funzione educativa implicita: insegna che il desiderio è riservato a chi rispetta determinati standard di normalità.
La prima volta che ho visto un porno
RSI SexBox 13.08.2025, 11:00
Il punto non è salvare il porno, né condannarlo. Chiedere più censura o meno desiderio. Il punto è capire che la pornografia è uno dei luoghi in cui il potere contemporaneo si esercita con maggiore efficacia: non attraverso leggi, ma attraverso l’immaginario. Non serve a moralizzare l’immaginario. Quello può essere disimparato, riscritto, reinventato. In un mondo in cui i corpi non normativi diventano eccezione, categoria, fetish, forse la soluzione è immaginare altri alfabeti erotici offrendo contenuti in cui il piacere non sia un privilegio, ma una possibilità condivisa.
