Società

Quando gli italiani non erano bianchi (in America)

Da stereotipi negativi e linciaggi a cittadini modello: come la società statunitense ha riscritto la razza italiana, tra la fine dell’800 e oggi

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Vignetta di William McKinley, 1903

Vignetta di William McKinley, 1903

  • IMAGO / piemags
Di:  Emanuela Musto 

Che cosa definisce una razza? È un confine naturale, immutabile, oppure un’idea che si sposta insieme allo sguardo della società? La storia suggerisce che le categorie identitarie non siano mai fisse: cambiano, si deformano, si ricompongono. E spesso dicono più su chi le crea che su chi le subisce.
E non c’è bisogno di guardare troppo lontano da noi per trovare un esempio.

Oggi gli italoamericani appaiono perfettamente integrati nel mosaico statunitense, al punto da sembrare da sempre parte della maggioranza bianca. Ma un secolo fa la loro posizione era tutt’altra. Gli italiani non erano considerati bianchi, né pienamente europei: erano un gruppo sospeso ai margini della gerarchia razziale americana, osservato con sospetto e trattato come un corpo estraneo.

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, milioni di italiani arrivarono negli Stati Uniti portando con sé dialetti, povertà, abitudini contadine. La scienza razziale dell’epoca li classificava come “mediterranei”, una categoria intermedia, non del tutto bianca. La stampa li descriveva come impulsivi, violenti, incapaci di autogoverno. Il paragone con gli afroamericani era esplicito: stessi lavori umili, stesse condizioni di vita, stessi pregiudizi che trasformavano la povertà in un tratto genetico. Nelle città americane, questa percezione si traduceva in discriminazioni quotidiane. Gli italiani erano gli stranieri rumorosi, i potenziali criminali, quelli che “non volevano integrarsi”. Bastava il cognome per essere esclusi da un impiego o da un quartiere. La diffidenza diventava abitudine, e l’abitudine si trasformava in narrazione.

Poi c’è il capitolo più rimosso: quello dei linciaggi. Più di quaranta italiani furono uccisi da folle che li consideravano sacrificabili. L’episodio più noto, a New Orleans nel 1891, vide undici immigrati massacrati dopo un processo finito con un’assoluzione. I giornali dei tempi documentarono la violenza della folla e il clima di ostilità verso la comunità italiana. Non fu un incidente, ma un segnale: gli italiani non erano percepiti come parte della comunità bianca. La diffidenza riaffiorò anche nel caso di Sacco e Vanzetti, due anarchici italiani condannati a morte nel 1927 al termine di un processo segnato da pregiudizi etnici e politici. La loro vicenda divenne un simbolo internazionale dell’ostilità verso gli immigrati italiani.

E non accadeva solo negli Stati Uniti. Anche in altri Paesi europei gli italiani furono a lungo considerati manodopera di seconda categoria. In Svizzera, per esempio, l’immigrazione del dopoguerra fu accompagnata da pregiudizi profondi e da una retorica che li dipingeva come “troppi” e “invadenti”. Non la stessa violenza americana, ma lo stesso meccanismo: definire l’altro come non del tutto appartenente.

Eppure, nel corso del Novecento, quel confine iniziò a spostarsi. Gli italiani migliorarono la propria condizione economica, entrarono nei sindacati, aprirono attività, si inserirono nella classe media. La Seconda guerra mondiale contribuì a ridefinire la loro immagine: soldati, cittadini, parte del progetto nazionale. Nel dopoguerra, mentre la questione razziale si polarizzava sempre più attorno alla linea bianco/nero, gli italiani vennero progressivamente assorbiti nella categoria dei bianchi. La lingua inglese divenne dominante nelle famiglie, i matrimoni misti si moltiplicarono, la cultura italiana si trasformò da marchio di diversità a elemento folkloristico, rassicurante, quasi nostalgico.

Ed è qui che la loro storia si fa rivelatrice. Gli italiani riuscirono a salire nella scala sociale perché il sistema, pur discriminandoli, non li collocò mai in una condizione di segregazione legale. Poterono cambiare quartiere, migliorare il proprio reddito, accedere alla cittadinanza, confondersi nella maggioranza. Per gli afroamericani, invece, la mobilità era bloccata da secoli di schiavitù, leggi segregazioniste, esclusione istituzionale. Due traiettorie diverse, segnate da ostacoli incomparabili, che spiegano perché un gruppo sia stato assorbito nella “bianchezza” e l’altro ne sia stato tenuto fuori.

Oggi la “bianchezza” degli italiani in America non è un traguardo, ma un esempio di quanto le identità collettive siano negoziate e vulnerabili. Forse è questa la lezione più urgente: ciò che oggi appare naturale, quasi ovvio, è spesso il risultato di un (dis)equilibrio fragile, costruito nel tempo e pronto a cambiare ancora. Guardare questa storia con onestà significa riconoscere che la razza non è un colore della pelle, ma una narrazione che possiamo – e dobbiamo – continuare a interrogare.

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Questione di razza

Moby Dick 13.06.2020, 10:00

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