Corpi sacrificati per la ricerca

Le origini razziste della ginecologia moderna

Le innovazioni di J. Marion Sims nacquero dalle sperimentazioni senza consenso su Lucy, Anarcha e Betsey, donne nere schiavizzate. Ricordarle significa ripensare etica, memoria e potere della medicina

  • 2 ore fa
Anarcha
Di:  Emanuela Musto 

Nel racconto ufficiale della medicina, il progresso avanza in linea retta: un susseguirsi di scoperte, strumenti, intuizioni. Ma se si sposta lo sguardo di qualche grado ci si accorge che quella linea è tutt’altro che dritta. Ci sono nodi, ombre e soprattutto corpi dimenticati. Uno di questi punti cruciali si trova negli Stati Uniti degli anni Quaranta dell’Ottocento con James Marion Sims, ricordato come “il padre della ginecologia moderna”. Sims inventò lo speculum (che porta il suo nome) perfezionando la riparazione della fistola vescico-vaginale e contribuì a fondare istituzioni mediche tuttora esistenti. Ma la sua storia non può essere raccontata senza ricordare che queste scoperte arrivarono dopo anni di sperimentazioni su donne afroamericane schiavizzate.

E allora diciamo i loro nomi: Lucy, Anarcha, Betsey.

A Montgomery sorge un monumento dedicato alle “Madri della Ginecologia”.  Le statue dell’artista Michelle Browder onorano Anarcha, Betsey e Lucy, le tre schiave afroamericane sottoposte a sperimentazione medica da parte di J. Marion Sims per evidenziare
 le disparità razziali nell'ambito sanitario che persistono ancora oggi.

A Montgomery sorge un monumento dedicato alle “Madri della Ginecologia”. Le statue dell’artista Michelle Browder onorano Anarcha, Betsey e Lucy, le tre schiave afroamericane sottoposte a sperimentazione medica da parte di J. Marion Sims per evidenziare le disparità razziali nell'ambito sanitario che persistono ancora oggi.

Tre giovani donne nere, proprietà dei loro padroni, sottoposte a decine di interventi senza anestesia. Non perché all’epoca l’anestesia non esistesse — l’etere era già in uso — ma perché la convinzione razzista che le donne nere “sentissero meno dolore” rendeva superflua ogni cautela. Le fonti raccontano che Anarcha subì più di trenta operazioni. Lucy rischiò di morire per un’infezione dopo una procedura durata ore. Betsey rimase per anni sotto osservazione, come un corpo da cui estrarre sapere. In un’epoca in cui il consenso non era nemmeno immaginabile per chi viveva in schiavitù, la loro sofferenza divenne materia prima per la nascita di una disciplina.

Per decenni, la narrazione medica ha separato il genio di Sims dal contesto in cui operava. Le sue statue, erette in varie città americane, celebravano l’innovatore, non le donne che avevano pagato il prezzo della sua innovazione. Solo negli ultimi anni, grazie a un rinnovato dibattito pubblico sul razzismo strutturale, la storia ha iniziato a ricomporsi. Nel 2018 la statua di Sims è stata rimossa da Central Park, un gesto simbolico che ha aperto una discussione più ampia: come ricordare un progresso costruito sulla vulnerabilità di chi non aveva voce.

Rileggere oggi la storia di Lucy, Anarcha e Betsey significa anche affrontare una domanda che attraversa la bioetica contemporanea: che cosa rende legittimo il progresso medico, e a quale prezzo viene ottenuto. Il caso di Sims mostra con crudezza che la scienza non nasce mai in un vuoto neutrale, ma dentro rapporti di potere che possono trasformare alcuni corpi in risorse sacrificabili. L’assenza di consenso non era un dettaglio dell’epoca, ma la condizione strutturale che permetteva a un medico bianco di sperimentare su donne nere schiavizzate, considerate incapaci di provare dolore nella stessa misura delle donne bianche. È un nodo che continua a interpellarci: il consenso non è un modulo da firmare, ma una relazione di fiducia, e ogni volta che un paziente è vulnerabile — per condizione sociale, economica o culturale — il rischio di riprodurre forme di dominio non scompare. La falsa neutralità della scienza, che per decenni ha celebrato il genio di Sims ignorando la sofferenza delle sue pazienti, ci ricorda che l’innovazione può consolidare pregiudizi se non viene interrogata criticicamente.

Per questo alcune ginecologhe afroamericane propongono di ribattezzare lo speculum “Lucy”: non per riscrivere la storia, ma per completarla, restituendo centralità a chi ne è stato escluso. È un gesto di giustizia riparativa che apre una riflessione più ampia: quali vite continuiamo a considerare marginali nella medicina di oggi, quali corpi restano invisibili nelle pratiche cliniche, quali bias culturali scambiamo ancora per dati scientifici.

Ricordare Lucy, Anarcha e Betsey non è un esercizio di colpa retrospettiva, ma un atto di responsabilità verso il presente: riconoscere che ogni sapere nasce da una relazione e che il modo in cui raccontiamo il progresso dice molto su chi vogliamo essere come società. Raccontare questa vicenda significa interrogare la genealogia della medicina contemporanea. Significa chiedersi quali vite sono state considerate sacrificabili, quali corpi hanno sostenuto il peso dell’innovazione. E significa, soprattutto, aprire uno spazio per una memoria più giusta: una memoria che non cancelli il contributo scientifico, ma che lo affianchi alla consapevolezza del suo costo umano.

Lucy, Anarcha, Betsey non compaiono nei manuali come protagoniste. Eppure, senza di loro, la ginecologia moderna non sarebbe ciò che è. Restituire loro un posto nella storia non è un esercizio di colpa retrospettiva, ma un atto di responsabilità verso il presente: ricordare che ogni sapere nasce da una relazione, e che il modo in cui lo raccontiamo dice molto su chi vogliamo essere.

Ascolta le puntate a cura di Barbara Camplani

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