C’è un paradosso che attraversa il nostro tempo: più viaggiamo, meno sembriamo capaci di vedere. Il turismo, nato come gesto di scoperta, oggi rischia di diventare un meccanismo che consuma i luoghi invece di comprenderli. Nel 2025 i turisti internazionali hanno superato il miliardo e cento milioni, ma la crescita non si distribuisce: si concentra, si addensa, si incaglia sempre negli stessi punti. E quei punti cedono.
I numeri parlano da soli, e parlano forte. Shanghai sfiora i 400 milioni di visitatori l’anno. Orlando ne conta 67, New York 65, Roma 51. Ma è la densità a raccontare la verità più scomoda: 20 turisti per abitante a Barcellona, 47 a Venezia, 110 a Firenze. Non è più un incontro: è un assedio.
L’overtourism non è solo questione di quantità, ma di qualità. Il sociologo Paolo Corvo (al microfono di Raffaele Palumbo in Laser) ricorda che produce «l’inquinamento atmosferico» e «l’inquinamento acustico», ma anche un impatto economico che «riduce molto i mercati immobiliari». A Venezia, aggiunge Corvo (autore di Una sociologia dei consumi turistici), «i giovani fanno fatica a trovare altre attività che non siano all’interno di quelle legate al turismo». È il sintomo di un’economia che si piega, si restringe, si impoverisce proprio mentre sembra prosperare.
Overtourism
Laser 07.01.2026, 09:00
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La giornalista Cristina Nadotti (autrice del libro Il turismo che non paga) coglie il punto più doloroso: «la turistica esasperata dei centri città porta a un depauperamento del tessuto sociale», fino alla «progressiva perdita di socialità, di senso dell’abitare». Le città diventano scenografie, e come tutte le scenografie hanno un difetto: non ci vive nessuno.
Fulvio Cervini (professore di Storia dell’arte medievale e tutela dei beni culturali) denuncia la trasformazione dei capolavori in «icone, dei feticci». È la logica del brand che divora il senso, che riduce le città d’arte a «una specie di parco a tema». Non si va più a Firenze: si va “a vedere Firenze”, che è un’altra cosa.
E poi c’è la questione più profonda, quella che riguarda il viaggio come esperienza interiore. Stefano Faravelli (autore del libro Verso Capo Horn) ricorda che «il vero viaggio deve condurre a una trasformazione». Ma oggi, troppo spesso, ci accontentiamo di «un piccolo brivido», filtrato da uno schermo, consumato come un contenuto.
Le soluzioni esistono, ma non sono indolori. Spostare i flussi, destagionalizzare, regolamentare. Corvo avverte però del rischio di creare «un turismo elitario di lusso». Nadotti è ancora più netta: il turismo di lusso non risolve nulla, perché «ci guadagnano sempre gli stessi» e i lavori restano precari. La via d’uscita, dice, è una programmazione che valorizzi i territori meno battuti e che contrasti la «desertificazione dei centri storici».
Cervini aggiunge un imperativo semplice e rivoluzionario: riportare i residenti nelle città, «fermare l’emorragia e lo spopolamento». Perché una città senza abitanti non è una città: è un prodotto.
L’overtourism non è un destino, ma una scelta collettiva. E come tutte le scelte può essere cambiata. Non basta gestire i flussi: bisogna ripensare il senso stesso del viaggio. Restituirgli profondità, lentezza, responsabilità. Solo così il turismo potrà tornare a essere ciò che prometteva all’inizio: un incontro che arricchisce chi arriva senza svuotare chi resta.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/svizzera/Sovraturismo-anche-la-Svizzera-si-interroga--3016785.html



