La montagna ostinata

Storia del Nara e dei suoi volontari

Il Nara resiste tra neve che fatica ad arrivare, volontari instancabili e un passato fatto di sogni interrotti. Una stazione che vive di passione, simbolo della resilienza della Valle di Blenio

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Foto d'archivio

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  • Keystone/Ti Press
Di: Storie/Mat 

Ci sono luoghi che resistono per volontà, più che per logica. Il Nara è uno di questi: una stazione sciistica che sembra uscita da un’altra epoca, quando gli inverni erano lunghi, le piste piene e la neve non era un desiderio ma una certezza. Oggi, invece, il Nara vive in bilico, come una vecchia seggiovia che scricchiola ma continua a salire. E il documentario C’era una volta la neve di Michelangelo Gandolfi (trasmesso nella rubrica televisiva Storie) lo racconta così: senza nostalgia zuccherosa, ma con la consapevolezza che certe storie si tengono in piedi solo grazie a chi ci crede davvero.

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C’era una volta la neve

Storie 11.01.2026, 20:40

Il Nara nasce negli anni in cui il Ticino sognava in grande. Anni ’60: metri di neve, sci club ovunque, gare epiche organizzate con mezzi minimi e ambizioni massime. Poi arrivano i Grigioni, Uri, il Vallese: montagne più alte, impianti più moderni, stagioni più sicure. Il Nara inizia a perdere terreno, come tante stazioni ticinesi. E quando il clima decide di complicare ulteriormente le cose, il castello comincia a tremare.

A tenerlo in piedi, oggi, è una parola che ricorre come un mantra: volontari. «Volontari! Per il Nara, questo e altro. Sempre solo volontari», dicono, e non è una frase fatta. Sono piccoli azionisti, sciatori, proprietari di cascine, gente che qui ha ricordi, radici, affetti. «Questi posti vanno mantenuti aperti», ripetono. E non è retorica: è un impegno che si misura in ore di lavoro, in serate al bar, in manutenzioni fatte dopo il proprio turno.

Il documentario scava nel passato: la seggiovia con i suoi 24 piloni, i 450 sciatori all’ora, le piste che negli anni ’60 e ’70 erano un piccolo miracolo di accessibilità. Poi mostra il presente: Natale senza neve, manutenzioni fatte comunque, il servizio valanghe che lavora anche quando la stagione sembra già compromessa. In alto, a volte, nevica ancora. In basso, si spera.

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Domenica al Nara

RSI Archivi 10.01.1969, 00:00

Il Pela Bar è il termometro emotivo della stazione. Qui si parla, si cucina, si discute del futuro. Qui si sente la paura di perdere tutto. E qui si capisce che senza gli impianti molte cascine resterebbero isolate per mesi. «Questi posti vanno tenuti aperti», ribadiscono. Non è solo sci: è accesso, comunità, identità.

Il Nara ha 30 km di piste, una pista da slitte di 5 km, un cuore che batte tra i 1500 e i 2000 metri. Senza neve artificiale è dura. Ma la passione compensa, almeno in parte. Ci sono bollettini meteo “azzeccati” più per istinto che per scienza, e ci sono le famose “danze della neve”, che funzionano quanto basta per non smettere di crederci.

Il documentario riporta anche un sogno rimasto sulla carta: il progetto del 1969. Un albergo da 3000 posti letto, boutique, piscina, night club, una Cancorì trasformata in centro turistico. Tutto pronto, licenze comprese. Poi, nel 1975, la valanga del Pizzo Casletto: cinque vittime, un trauma collettivo, un progetto che si spegne all’istante. Da lì in poi, il Nara cambia destino.

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Danza, gobbe, salti: lo sci acrobatico fa tappa al Nara

RSI Archivi 30.01.1983, 14:38

Oggi la stazione è del Comune di Acquarossa, gestita dai volontari. I conti si tengono con biglietti, abbonamenti, sussidi cantonali. Il Comune investe 350mila franchi l’anno. Non tutti sono d’accordo: chi non scia si chiede perché pagare. Il Municipio deve ascoltare tutti, ma i volontari non mollano: «Non ci guadagniamo un franco. Anzi… Ci buttiamo anima e corpo in questa cosa». E quando si sentono criticati, la frustrazione è evidente.

Il futuro? Incerto. Gli impianti hanno quasi 60 anni, serve rinnovare tutto. Le attività estive – come la Black Wood Line – aiutano, ma non bastano. Chiudere sarebbe una ferita per tutta la valle. Matteo Milani, presidente degli Amici del Nara, lo dice senza esitazioni: «Vale la pena, perché il Ticino non è solo il triangolo Bellinzona‑Locarno‑Lugano. Le valli periferiche hanno bisogno di luoghi che tengano insieme le persone».

L’innevamento artificiale è il nodo prossimo venturo. Il Comune ci sta lavorando, i tempi sono stretti. Ma il Nara ha già dimostrato di saper resistere. È una storia di neve che non c’è più, di progetti interrotti, di valanghe che cambiano i destini. Ma è anche una storia di comunità, di mani che si tendono, di ostinazione. Una storia che continua, finché qualcuno avrà il coraggio di dire: apriamo. Anche se la neve tarda. Anche se tutto sembra contro.

Perché certe montagne non si misurano in metri di neve, ma in passione.

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Una sciata al Nara

RSI Archivi 21.12.1985, 16:07

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