Nodo geopolitico

Taiwan, il cuore caldo dell’Indo‑Pacifico

Sospesa tra storia, tecnologia e geopolitica: contesa da Pechino, sostenuta dagli USA, centrale nei semiconduttori e impegnata a ridefinire una propria identità plurale, Taiwan cammina sul filo del rasoio

  • Oggi, 17:00
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  • Keystone
Di: Laser/Mat 

C’è un’immagine che ritorna, quando si parla di Taiwan: un’isola che non sta mai ferma. Non geograficamente, ma politicamente, economicamente, identitariamente. Un luogo che scivola tra le dita di chi prova a definirlo. Nel XVII secolo Kangxi la liquidava come «un grumo di fango al di là del mare». Oggi quel grumo è diventato una faglia geopolitica, un punto di pressione globale. E soprattutto un simbolo: di ciò che la Cina vuole recuperare, di ciò che gli Stati Uniti vogliono proteggere, di ciò che Taiwan stessa sta cercando di diventare.

La tensione è ormai un rumore di fondo. Il primo ministro giapponese ha avvertito che «se la Cina usasse la forza per riprendersi Taiwan potrebbe creare una situazione dove è in gioco la sopravvivenza del Giappone», come ha dichiarato in un recente intervento. Non è un’esagerazione diplomatica: è la constatazione che l’Asia orientale è entrata in una fase in cui ogni parola pesa come un movimento di truppe. E Pechino, che considera la riunificazione un obiettivo non negoziabile, sembra intenzionata a «chiudere la questione appena possibile», secondo l’interpretazione di diversi analisti. L’isola, nel frattempo, vive in una condizione di sospensione: protagonista internazionale, ma con un solo grande nemico.

Per capire come si sia arrivati qui, bisogna tornare al 1949, quando i nazionalisti sconfitti «si rifugiano a Taiwan», come ricorda la sinologa Francesca Congiu (nell’approfondimento radiofonico Laser, a cura di Claudio Visentin), convinti che sarebbe stata una parentesi. Una fuga temporanea, un ponte verso la riconquista del continente. Non fu così. La Guerra di Corea congelò la situazione, gli Stati Uniti trasformarono l’isola in un tassello del loro perimetro di contenimento, e Taiwan divenne un laboratorio politico ed economico. Un luogo dove la storia si è inceppata e ha preso una direzione inattesa.

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Poi è arrivato il secondo atto: la tecnologia. Nel 1987 nasce TSMC (la più grande fonderia indipendente di semiconduttori al mondo), e da lì in avanti Taiwan smette di essere solo un problema geopolitico e diventa un nodo vitale dell’economia globale. Francesca Spigarelli lo dice chiaramente: «non è stata sicuramente casualità, è stata una strategia voluta dal governo». Una strategia che ha trasformato un’economia rurale in un colosso dei semiconduttori, capace di produrre componenti indispensabili per smartphone, auto, satelliti, intelligenze artificiali. Taiwan non è più solo un’isola: è un ingranaggio. E come tutti gli ingranaggi cruciali, è fragile.

Il terzo atto è quello identitario. Taiwan non è solo un territorio conteso: è una storia plurale. Simona Grano parla di una «storia plurale e molto stratificata: indigena, coloniale, cinese e giapponese». È da questa stratificazione che nasce una nuova narrazione nazionale, che non nega l’eredità cinese ma la colloca accanto alle altre, senza gerarchie rigide. Un’identità che si allarga, si complica, si emancipa. E che, inevitabilmente, irrita Pechino.

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