Viaggio di salute

Tutti al mare, tutti al mare, a tornare a respirare

Climatologia medica, viaggi terapeutici e culto della lentezza: ecco i rimedi storici al disagio che oggi chiamiamo burnout

  • Oggi, 09:00
  • 2 ore fa
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Di: Mat Cavadini 

Il burnout è un termine che imperversa nel panorama delle patologie contemporanee, in associazione ai ritmi frenetici e alla pressione costante della vita moderna. Eppure, già nel XIX secolo si parlava di una condizione sorprendentemente simile: l’“overwork”, ovvero l’esaurimento dovuto a un eccessivo carico di lavoro. Con l’industrializzazione, l’avvento delle ferrovie e del telegrafo, la società vittoriana sperimentò un’accelerazione senza precedenti che mise a dura prova l’equilibrio tra lavoro e salute.

Berthe Morisot, Sur la Plage, 1873

Berthe Morisot, Sur la Plage, 1873

Questo fenomeno veniva descritto come un logoramento progressivo, fisico e mentale, associato soprattutto alle professioni intellettuali e alle classi medio-alte. A differenza delle fatiche manuali, considerate parte inevitabile della vita operaia, l’overwork emergeva come una patologia specifica della mente impegnata in attività cerebrali e continuative. Emblematica è, in questo senso, l’opera On Overwork and Premature Mental Decay: Its Treatment del Dottor C.H.F. Routh, pubblicata tra il 1873 e il 1888, opera che contribuì a sistematizzare il problema e a diffondere l’idea di un nesso diretto tra eccesso di lavoro e declino psichico.

Le conseguenze potevano essere gravi: debilitazione cronica, esaurimento nervoso e perfino morte prematura. Non a caso, si iniziò a riconoscere l’importanza del riposo prolungato come parte integrante della cura. In questo contesto nacque una risposta terapeutica originale e, per certi versi, anticipatrice delle moderne pratiche di benessere: il “viaggio per la salute”.

Per le élite del tempo, spostarsi verso località dal clima mite rappresentava una vera e propria prescrizione medica. Si sviluppò così la cosiddetta climatologia medica, disciplina che attribuiva alle condizioni ambientali un ruolo determinante nella guarigione. Le regioni del Mediterraneo, e in particolare la Riviera ligure e francese, divennero mete privilegiate per chi cercava sollievo dall’aria inquinata e opprimente delle città industriali.

Figure come il Dottor James Henry Bennet furono pionieri in questo campo. Le sue opere, in particolare Menton and the Riviera as a Winter Climate (1861) e Winter and Spring on the Shores of the Mediterranean (1865-75), non solo promuovevano Mentone come luogo ideale per la convalescenza, ma fornivano anche una narrazione personale di guarigione. Bennet, credendosi affetto da consunzione, trovò in Mentone un ambiente propizio al recupero, attribuendo il miglioramento della sua salute al “cielo geniale” e alla liberazione dalle “fatiche e ansie della vita precedente”.

Il soggiorno terapeutico non si limitava al semplice riposo. Al contrario, prevedeva uno stile di vita regolato e immerso nella natura: passeggiate all’aria aperta, esposizione al sole, attività fisica moderata e momenti di contemplazione. Questa rottura con la routine urbana era considerata essenziale per ristabilire l’equilibrio psicofisico. L’idea di fondo era che la guarigione non passasse attraverso l’isolamento, ma attraverso una riconnessione armoniosa con l’ambiente circostante.

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  • Cristina Artoni e Mario Fabio

La durata del trattamento era tutt’altro che breve. In molti casi si consigliavano soggiorni ripetuti per più stagioni consecutive, segno di una concezione del recupero che privilegiava tempi lunghi e una vera sospensione dalle pressioni lavorative. In questo senso, il riposo non era visto come inattività improduttiva, ma come una forma legittima e necessaria di rigenerazione.

Il successo di queste pratiche attirò numerosi esponenti dell’aristocrazia e del mondo culturale, trasformando alcune località in centri internazionali di villeggiatura e cura. La presenza di artisti, scrittori e membri dell’élite contribuì a consolidare l’immagine di questi luoghi come spazi privilegiati per il recupero e la riflessione.

In questa prospettiva, il confronto tra overwork vittoriano e burnout contemporaneo rivela come già nel XIX secolo si affacciava, in forme embrionali ma lucide, l’intuizione che il benessere non possa essere ridotto a una funzione dell’efficienza, e che la salute mentale richieda spazi di sottrazione, lentezza e contemplazione.

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